La guerra è
cominciata. nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del
mondo.
Le multinazionali hanno fiutato il business del nuovo secolo: le
risorse idriche del mondo scarseggiano e sono mal distribuite.
Quindi l'acqua sta diventando un bene prezioso.
Come il petrolio. E chi lo controllerà avrà potere e profitto.
Parole d'oro per le multinazionali. Che non hanno perso tempo. E
hanno sferrato il loro attacco. Scatenando una battaglia tra
giganti, che calpestano, quasi fossero fastidiosi moscerini, diritti
ed esseri umani.
La posta in
gioco
Dal controllo sulle acque minerali alla battaglia per la gestione
degli acquedotti, dalla costruzioni di dighe alla privatizzazione
dei bacini idrici. Quella per l'acqua è una guerra discreta, che non
si combatte con gli eserciti, che non si alimenta del fragore delle
bombe, ma si decide nelle stanze silenziose di pochi grattacieli.
Quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale), del WTO (OMC:
Organizzazione Mondiale del Commercio), della Banca Mondiale e delle
multinazionali.
La
dichiarazione di guerra
Lo scontro è aperto e la dichiarazione di guerra ha una data ed un
luogo precisi: 2000, l'Aja, 17-22 marzo, data del 2° Forum mondiale
sull'acqua. Voluto dal Consiglio mondiale sull'acqua, un organismo
nato nel 1994 su iniziativa della banca mondiale, il Forum ha
affrontato il problema delle risorse idriche, trovando una soluzione
"globale". L'acqua cambia status: da diritto umano
(svincolato dalle leggi di mercato) diventa un bisogno umano,
che quindi può essere regolato dalle leggi della domanda e
dell'offerta. Dal mercato. Quindi la parola d'ordine è privatizzare.
La dichiarazione di guerra.
I giganti che si contendono di privatizzare il nascente mercato
dell'acqua sono soprattutto europei: le aziende francesi Vivendi e
Suez-Lyonnais des Eux (ora Ondeo), la tedesca RWE. E poi i colossi
Nestlé e Danone, l'americana Coca Cola. Ma anche l'italianissima
ACEA concorre alla spartizione della torta: le bollette che pagano i
cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, finiscono nelle casse
del Comune di Roma, titolare del 51% delle azioni dell'ACEA, che
gestisce l'acquedotto locale.
Le
vittime senza colpe
Questa concorrenza spietata si sta sviluppando soprattutto nel sud
del mondo, nei paesi dell'America Latina e dell'Africa, ma non solo.
Giacarta, Manila, Casablanca, Dakar, Nairobi, La Paz, Città del
Messico e Buenos Aires, sono soltanto alcune delle città in cui
l'acqua adesso è privatizzata. Ma non c'è da stupirsi: in
Inghilterra, la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta dal
1989 e le imprese Thames Water e Seven-Trent che la gestiscono,
operano a livello internazionale da molto tempo. In Francia, dove la
privatizzazione è vista come delega del servizio pubblico, si è
avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi in
particolare del 54%. Con trovate anche bizzarre: l'estate scorsa
nella capitale francese, la "cloud water", l'acqua delle nuvole
veniva venduta a 35 franchi alla bottiglia.
Nel frattempo la Danone ha acquistato la gestione di tre sorgenti:
una in Indonesia una in Cina e negli Stati Uniti. la Nestlè ha
cominciato a commercializzare un'acqua "purificata" in Pakistan.
Il lato
oscuro della globalizzazione
Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici
mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario internazionale e la
Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi
poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private
estere. Casi del genere si sono avuti in Bolivia, a Cochabamba, a
Manila nelle Filippine, in Cina. Sarebbe a dire: "noi vi diamo i
soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva,
della risorsa più importante per vivere".
Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è "solo" il lato più sporco
della globalizzazione.
Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.
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