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L’Italia
consuma, dopo Canada e Stati Uniti, più acqua minerale al mondo!
Sembrerà strano ma nel nostro paese si producono ogni anno oltre 10
miliardi di litri di acqua minerale[1],
(nel 2002 ha raggiunto quasi 11 miliardi di litri[2],
e le previsioni per il futuro sono in crescita), per un consumo pro
capite che supera i 170 litri[3].
Una cifra di tutto rispetto che pesa non solo nelle tasche degli
italiani, ma anche nell’ambiente! Secondo il sito ufficiale di
Mineracqua[4]
- l’associazione di categoria delle acque minerali aderenti a
Confindustria – infatti il 77% delle bottiglie di acqua minerale
vendute sono di plastica (PET). Sapendo che l’acqua viene
commercializzata in bottiglie da un litro e mezzo, un semplice
calcolo dimostra che oltre 5 miliardi di contenitori (per un totale
di 128.000 tonnellate di plastica) finiscono ogni anno nelle
discariche pubbliche, provocando un costo ambientale altissimo che
grava sulle singole regioni e di conseguenza su noi consumatori.
Oltre all’impatto ambientale di non poco conto, tra l’acqua minerale
e quella di rubinetto esiste un’estenuante diatriba qualitativa: chi
afferma la superiorità della prima e chi invece giura per la
seconda.
Secondo Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, «le acque
minerali italiane sono tra le migliori in Europa, e il regime che
vige in Italia non ha eguali in nessun altro Paese»[5];
sarà sicuramente vero ma nell’acqua di rubinetto – secondo il
giornalista Giuseppe Altamore autore del libro «Qualcuno vuol
darcela a bere» - vengono controllati almeno un centinaio di
parametri contro i 49 di quella minerale.
Chi ha ragione? Secondo il salomonico Ministro della Salute,
Girolamo Sirchia, ce l’hanno entrambi: «l’acqua di rubinetto che
si beve in Italia è tra le migliori in Europa (…) – così anche
- l’acqua minerale è pura e controllata e quindi ha garanzie
altrettanto sicure».
Sicuramente
fortunati ad avere le acque migliori e più controllate del mondo, ma
è d’obbligo fare qualche piccola precisazione per entrambe.
L’acqua di rubinetto, dando per scontato la sicurezza
microbatteriologica, ha un grosso problema: il gusto! Può capitare
infatti che sia fresca, limpida e buonissima, ma anche che sia
assolutamente imbevibile, proprio a causa della perdita di quelle
caratteristiche gusto-olfattive (per usare un termine da sommelier),
nel percorso chilometrico all’interno delle tubature, e a causa dei
sistemi di disinfezione utilizzati (clorazione, ecc.).
Mentre il problema dell’acqua minerale non è tanto il gusto ma la
plastica con cui viene imbottigliata, le informazioni incomplete
delle etichette sulle sostanze chimiche in essa disciolte, e per
ultimo ma non per importanza, il depauperamento delle falde
sotterranee – con disagi ambientali enormi - provocato
dall’estrazione continua e forzata di decine di milioni di litri
ogni giorno.
Le etichette, che dovrebbero specificare ai consumatori tutte le
caratteristiche biochimiche dell’acqua, sono assolutamente
insufficienti. I produttori elencano solamente una piccolissima
parte del tutto: qualche sale minerale, residuo fisso,
conducibilità, ecc. E il resto? Per quale motivo le percentuali di
sostanze presenti non vengono stampate? Sostanze dichiaratamente
cancerogene come l’arsenico, la cui quantità (50 microgrammi/litro)
può essere fino cinque volte più alta rispetto a quello dell’acqua
di rubinetto (10 microgrammi/litro), o del velenosissimo alluminio
che in casa non può superare i 200 microgrammi per litro mentre
nella minerale non ha alcun limite; o che ne so, il manganese il cui
limite è di 50 μg/l e 2000 nella minerale. Per non parlare del
fluoro il cui valore massimo è di 1,5 milligrammi per litro in casa
contro nessun limite nell’acqua minerale!
Di tutte queste sostanze, e la lista non è completa, non c’è
l’obbligo di dichiararlo, cioè di scriverlo nell’etichetta: quindi
perché farlo? Lo permette, pensate, una legge del 1939, e all’epoca
le sostanze pericolose per la salute non erano certamente abbondanti
come oggi!
Un buon motivo
per non farlo potrebbe essere quello di evitare informazioni
«ambigue» alle persone che andranno a bere quell’acqua; informazioni
che però devono assolutamente essere fornite, se non dal punto di
vista informativo, da quello etico e professionale. Una corretta e
completa informazione è fondamentale nel rapporto fiduciario tra
produttore e consumatore!
Se si venisse a sapere per esempio che una bottiglia di minerale
contiene diversi milligrammi di fluoro, o magari anche di più visto
che il limite non c’è, quanti l’acquisterebbero, dopo aver saputo
dell’influenza che tale sostanza chimica ha sul cervello e sul
comportamento? Ma questo lo vedremo in dettaglio alla fine
dell’articolo.
Nel nostro paese l’acqua minerale è un bene demaniale[6]
e lo sfruttamento è permesso a quelle aziende (circa 160 ditte con
250 marchi) che sono titolari di concessioni. I canoni annuali che
le regioni impongono per queste concessioni[7]
però rasentano il ridicolo. Qualche esempio? L’azienda Vera
(controllata dalla multinazionale Nestlé[8])
per estrarre l’acqua in Veneto paga alla regione ogni anno la
stratosferica cifra di 3615,20 euro; mentre la San Benedetto
(controllata sempre dalla Nestlé[9])
ogni anno ne spende addirittura 555,16 euro! Avete capito?
Poco più di un milione di vecchie lire per un intero anno di
estrazioni!!!
E’ per questo motivo che l’acqua imbottigliata, distribuita e
pubblicizzata arriva a costare dalle 500 alle 1000 volte in più
rispetto all’acqua di rubinetto (un produttore alla fine paga un
litro di acqua più o meno 0,02 lire, cifra che non è convertibile in
euro). L’aumento dell’estrazione - aiutato da canoni regionali
iniqui - però sta mettendo seriamente in pericolo non solo le falde
acquifere stesse ma anche tutto l’ambiente collegato.
L’ultimo
problema riguarda invece il contenitore utilizzato per l’acqua
minerale, il PET o anche polietilentereftalato - i cui brevetti per
gli Stati Uniti sono nelle mani dell’impero chimico Du Pont[10].
Secondo Altamore infatti «l’acqua minerale può restare in
circolazione fino a 18 mesi, conservata talvolta in condizioni non
ottimali». Condizioni che riguardano lo stoccaggio, il trasporto
e l’esposizione prolungata al sole. Chi può garantire il
mantenimento della struttura chimica del contenitore e della stessa
acqua dopo mesi dall’imbottigliamento e nelle condizioni appena
viste?
Siccome
ovviamente nessuno può garantire alla popolazione la sicurezza
assoluta, da qualche anno sempre più persone - nonostante la
campagna mediatica miliardaria delle lobbies delle bollicine che
investe carta stampata e televisioni - si stanno rivolgendo verso
quei sistemi alternativi che permettono la depurazione casalinga
dell’acqua. Questa nuova presa di coscienza è motivata da diversi
fattori: incompleta informazione delle sostanze contenute nell’acqua
in bottiglia come abbiamo visto, risparmio economico, rispetto
ambientale e soprattutto praticità. Basta code al supermercato;
basta ai quintali di bottiglie da trasportare fino a casa; basta
alle tonnellate di plastica che dovranno essere riciclate con costi
notevoli. Un bel depuratore e via!
Queste apparecchiature vengono collegate direttamente al rubinetto
di casa o alla tubatura principale e sono in grado di filtrare
l’acqua rendendola non solo più buona ma anche più sicura per la
salute. Con un costo che varia da poche centinaia a qualche migliaio
di euro, questi depuratori, (a filtri oppure a «osmosi»), si
ammortizzano in pochissimi mesi, richiedendo solamente una
manutenzione. Manutenzione che, come vedremo, ha creato non pochi
problemi ai produttori…
La differenza di costo tra i due sistemi dipende soprattutto dalla
differente tecnica di filtraggio: quelli più economici, a filtri,
bloccano essenzialmente cariche batteriche e sostanze indesiderate
sopra una certa dimensione (0,3 o 0,4 micron: milionesimo di metro);
quelli a osmosi invece filtrano attraverso una membrana particolare
il 90-98% delle sostanze chimico-tossiche: arsenico, cloruri,
cianuri, pesticidi, mercurio, bromuri, fluoruri, virus, cariche
patogene, microbi, ecc.
I depuratori a
«osmosi inversa», questo è il nome tecnico-commerciale, in questi
mesi sono stati oggetto di grossissime polemiche sanitarie e legali,
al punto tale da scatenare una vera e propria campagna mediatica
molto simile alla caccia alle streghe di qualche secolo fa. Articoli
di giornali hanno criticato fermamente questi sistemi, affermando la
loro non sicurezza per la salute. Trasmissioni televisive hanno
fatto spazio alla programmazione per denunciare tutto ciò: «Striscia
la Notizia» se n’è interessata il 2 ottobre 2003 e dopo pochi
giorni, l’8 ottobre, anche i canali nazionali con «Mi manda RaiTre».
Una vera e propria campagna diffamatoria!
L’unica cosa che possiamo dire in proposito è che la stampa e la
televisione si sono interessate così a fondo e con un tale
accanimento a questa vicenda che il sospetto di un conflitto
d’interessi è molto forte. Gli investimenti pubblicitari dei
produttori di minerale si sa raggiungono cifre da capogiro: nel
2002, per fare solo un piccolo esempio, hanno speso oltre 300
milioni di euro per sponsor suddivisi in questo modo: televisione
(62%), radio (11%), quotidiani (14%), periodici (10%) e affissioni
(2%).[11]
Una canale televisivo o un quotidiano che riceve così tanti soldi in
pubblicità, ovviamente deve stare molto attento a non perdere la
fiducia degli sponsor - in questo caso la minerale - altrimenti
questa sfiducia si potrebbe trasformare in perdita economica vera e
propria! Se lo sponsor spende milioni di euro per decantare le
qualità, la purezza e la sicurezza dell’acqua minerale, secondo voi
in quel giornale o in quella televisione sarà possibile leggere o
ascoltare l’utilità dei depuratori di acqua casalinghi? Penso
proprio di no!
Questo fiume di milioni che inonda i media da ogni parte,
potrebbe spegnere qualsiasi approccio critico nei confronti della
minerale, e accendere invece la discussione sulle strade
alternative! Semplici ipotesi, che però s’incupiscono quando si
legge del sequestro da parte dei carabinieri dei NAS di centinaia di
depuratori a osmosi inversa a Padova. Una denuncia privata ha fatto
scattare nel Nord-Est il sequestro cautelativo di oltre 800 impianti
e le perquisizioni a decine di aziende del settore.
A questo punto è
importante precisare che ultimamente numerose aziende, dopo aver
fiutato l’odore del guadagno facile, da un giorno all’alto si sono
improvvisate esperte nella depurazione, lanciando nel mercato
numerose apparecchiature. Costi proibitivi, sistemi di vendita
illegali e totale mancanza di esperienza, hanno creato le condizioni
per far scattare le denunce da parte degli utenti, sfociate poi nei
sequestri e indagini. La manutenzione di questi impianti infatti è
fondamentale per il mantenimento e la qualità dell’acqua.
Oltre all’irresponsabilità di queste neoaziende, che rappresentano
la minoranza, a complicare il quadro si aggiunge una normativa che
impone agli «addolcitori» (apparecchiature che scambiano
chimicamente ioni di calcio con ioni di sodio, ben diversi dai
depuratori in oggetto) di non scendere sotto un certo parametro
sulla demineralizzazione. In pratica non è permesso togliere
minerali sotto una certa soglia.
La quantità di sali minerali (Calcio e Magnesio) è chiamata
tecnicamente «durezza» e nell’acqua si misura in Gradi Francesi
(°F). Per intenderci: 1 grado francese (1°F) corrisponde a 10
milligrammi per litro di idrocarbonato di calcio; ciò significa che
un’acqua con «durezza» di 15 °F contiene 150 milligrammi di
carbonato. La legge nell’acqua potabile non definisce un vero e
proprio valore guida, ma piuttosto «consiglia» valori di durezza
compresi tra 15 e 50 °F; maggiore è questo numero e più alta è la
concentrazione di sali! Mentre le cosiddette acque «addolcite», cioè
le acque dove gli ioni di calcio sono stati sostituti da quelli di
sodio, hanno un limite di 15 °F (Decreto legislativo n° 31 del
02/02/2001) sotto il quale non si può andare. In pratica, la massima
«addolcitura» permessa deve lasciare almeno 150 milligrammi per
litro di sali.
Questo è un problema di non poco conto per i depuratori a osmosi,
perché in mancanza di una normativa specifica per questa particolare
depurazione, vengono considerati alla stregua degli «addolcitori»,
nonostante la differenza sia abissale: gli «addolcitori», eseguono
un vero e proprio trattamento chimico all’acqua, mentre nei
depuratori a osmosi il trattamento è fisico (la membrana lascia
passare solo le molecole sotto un certo diametro). Ora, questo
trattamento fisico (e non chimico) dell’osmosi abbatte quasi
totalmente la durezza l’acqua, e quindi per il decreto visto prima
(che sarebbe valido solamente per gli «addolcitori») non sono
conformi agli standard. E’ bene ricordare che le principali marche
di acqua minerale in commercio hanno una durezza inferiore a 15°F, e
le più pregiate e costose, addirittura sono inferiori a 1°F. Ma
essendo acque minerali…il discorso ovviamente non vale.
Quindi le acque
minerali minimamente o quasi per nulla mineralizzate (sotto 1°F)
sono perfettamente legali e salubri, mentre le acque «osmotizzate»
no! Come mai questa discrepanza, e perché vengono considerati
uguali, quando non lo sono, gli «addolcitori» e i depuratori? Le
risposte, come al solito sono scontate.
L’altro motivo per cui si punta il dito verso i depuratori a osmosi
è che l’acqua viene privata per la quasi totalità dei minerali. Ma
anche in questo caso, a confutare tale assurda teoria vi sono
numerose ricerche scientifiche, tra cui, quelle dell’idrologo
francese Vincent.
Louis Claude Vincent - consulente del governo, che negli anni ’50
debellò in Libano alcune epidemie facendo bere alla popolazione
acqua bioelettonicamente pura – ha dimostrato infatti che solamente
i sali organici, in grado di fare ruotare la luce polarizzata,
possono essere assimilati dall’organismo umano. Tutti gli altri
provocano un sovraccarico del sangue e di conseguenza del fegato e
delle reni. Questo significa che un sale inorganico per essere
assimilato correttamente dall’organismo deve essere prima «vegetalizzato»,
cioè reso organicamente disponibile dalla meravigliosa macchina
alchemica chiamata Natura, altrimenti è come ingerire dei sassi!
Secondo voi i minerali contenuti nell’acqua potabile o in quella in
bottiglia sono stati vegetalizzati prima?
Tornando al discorso dei sequestri e della campagna di discredito
eseguita a 360 gradi fatta contro questi depuratori, a rimetterci la
faccia - grazie soprattutto ai media compiacenti che non fanno
distinzioni alcuna - sono stati tutti quei produttori e/o
rivenditori seri che lavorano correttamente da anni e che seguono in
tutto e per tutto i propri clienti. Questi hanno subito un danno
all’immagine e un danno economico enormi, e faranno molta fatica a
riconquistare la fiducia delle persone, in particolar modo di quelle
condizionate mentalmente dal tubo catodico.
Visto che stiamo parlando di menti condizionate, vorrei aggiungere
un’ultima cosa in merito al processo, prima mediatico e poi legale,
dei depuratori a osmosi inversa, e riguarda una sostanza che si
chiama fluoro, o per essere precisi, fluoruro di sodio.
Ricordiamo quello
che abbiamo detto prima a proposito del fluoro: nell’acqua di
rubinetto la sua presenza è limitata a 1,50 milligrammi per litro,
mentre nell’acqua in bottiglia tale limite non esiste!
Detto questo è necessario sapere che vi sono numerosi studi medici
che mettono in luce gli effetti negativi del fluoro a livello
organico e sul comportamento.
Partiamo dalla d.ssa Mullenix (PhD alla Harvard University), le cui
ricerche hanno dimostrato come dosi somministrate ai topi prima
della nascita davano luogo a marcata iperattività nella prole,
mentre la somministrazione dopo la nascita determinava quella che la
Dr. Mullenix chiama «sindrome da teledipendente» - un malessere o
assenza di iniziativa ed attività.[12]
Siamo assolutamente convinti dell’inutilità e crudeltà dei test
sugli animali, ma questo aumento di iperattività riscontrata a causa
del fluoro, non può essere associato anche all’aumento della ADHD
(Sindrome da iperattività con o senza deficit di attenzione) nei
bambini?
Cosa dire poi della sindrome definita del «teledipendente»?
Assomiglia molto, e non per via del nome, alla totale assenza con
mancanza di reazione dei bambini davanti alla televisione!
Alla Florida International University invece, i ricercatori Rotton,
Tikovsky e Feldman, hanno riscontrato che «...piccole quantità
(0.45 p.p.m.) di soluzione di fluoruro di sodio...danneggiano
le caratteristiche sensomotorie della visione» con il
conseguente abbassamento nei tempi delle reazioni mentali e fisiche
(J.A.P., voI. 67:2).
Per problemi di spazio, citiamo un ultima ricerca, questa volte
eseguita in Cina[13]sull’intelligenza di 907 bambini tra gli 8 e i 13 anni. L’indagine
dimostra inequivocabilmente che il quoziente di intelligenza dei
bambini che vivono in aree con alta presenza di fluorosi[14]
è più basso statisticamente di quello riscontrato sempre nei bambini
in zone a bassa presenza di fluorosi. In pratica, i bambini più a
contatto con il fluoro nell’ambiente, riducono il proprio quoziente
intellettivo!
Il fluoro in definitiva ha un’azione diretta sullo sviluppo di una
zona molto particolare del cervello: l’ippocampo. Quest’ultimo
assieme all’amigdala fanno parte del sistema limbico e svolgono la
funzione di regolazione e formazione della memoria e delle emozioni.
Il fluoro quindi va ad interagire nella zona che gestisce e regola
la memoria e le emozioni! In particolare l’amigdala, strettamente
interconnessa all’ippocampo, gioca un ruolo fondamentale
nell’acquisizione della paura condizionata che nasce anche quando lo
stimolo scatenante non è presente! Ricordando che le emozioni
rappresentano una risposta organica a situazioni importanti per
l’uomo come rabbia e paura: quali conseguenze potrà mai avere sul
comportamento umano questa sostanza che troviamo un po’ dappertutto:
acqua, dentifrici, caramelle, gomme da masticare, farmaci, spray,
ecc.
E’ forse per questo che le truppe naziste, dopo aver conquistato una
città, la prima cosa che facevano era fluorare l’acqua? Volevano
proteggere lo smalto dei denti - come afferma la scienza medica -
della popolazione o per caso indebolire la loro capacità di
reazione, esaltando contemporaneamente la macchina propagandistica?
Sotto questa luce, anche la strana decisione presa da
Margaret Thatcher (guarda caso laureata in chimica!) ai primi degli
anni ‘80 di fluorare l’acqua dell’Irlanda del Nord, forse non è poi
così strana…
Sorge allora
il sospetto che questo accanimento mediatico nei confronti dei
depuratori a osmosi inversa, e solo di essi, non sia del tutto
casuale ma che rientri in un piano strategico ben preciso; anche
perché tali apparecchiature sono le uniche in commercio in grado di
filtrare il fluoro!
In un periodo caratterizzato da censura e guerre preventive,
speriamo che non s’inizi a parlare anche di controllo (mentale)
preventivo…
Marcello Pamio
Per
approfondimenti in rete sul fluoro:
www.nofluoride.org
(inglese)
www.nofluoride.com
(inglese)
www.newmediaexplorer.org/ivaningrilli/index.htm
(italiano)
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