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«E’ molto
chiaro che fare affidamento sull’acqua in bottiglia, pensando che
solo perché non viene dal rubinetto sia più pura e immune
dall’inquinamento, non risolverà affatto i problemi di sicurezza e
approvigionamento», afferma Gianfranco Bologna, portavoce del WWF
Italia.
«Ma la
migliore acqua da bere non si trova necessariamente in una
bottiglia», chiarisce Bologna. «Se vogliamo bere acqua pura dobbiamo
porre maggiori sforzi nel proteggere fiumi, laghi e falde idriche, e
poi investire in modo che tale acqua arrivi in modo sicuro al
consumatore attraverso i rubinetti».
Per queste
ragioni, l’acqua minerale è stata inclusa tra gli otto mali che
affliggono l’acqua in Italia nel controforum organizzato a Firenze
negli stessi giorni del Terzo forum mondiale dell’acqua che si è
tenuto a Kyoto nel marzo 2003.
Non solo, il consumo di acqua minerale è stato incluso fra i mali
del «Pozzo di Antonio», il rapporto sullo stato dell'acqua in
Italia, a cura di Riccardo Petrella, presidente del Comitato
italiano del contratto dell'acqua, che delinea un quadro dello stato
delle risorse idriche nel nostro paese e delle loro gestione. E dove
starebbe il male? L'acqua minerale non è forse più pura e più sana
e, dunque, migliore per la salute di quella potabile?
Si chiede Petrella?
«La prima ragione
del 'male',
sta per l'appunto nell'ingiustificata credenza che l'acqua minerale
sia più pura e più sicura dell'acqua potabile. L'acqua minerale
non è né per definizione né in pratica necessariamente più pura e
più sana dell'acqua potabile, si legge nella relazione.
Anzitutto l'acqua minerale non è considerata dal legislatore
un'acqua potabile, ma come un'acqua terapeutica in ragione di certe
caratteristiche fisico-chimiche che ne suggeriscono un uso per fini
specifici. Per queste ragioni è consentito alle acque minerali di
contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio in quantità
superiori a quelle invece interdette per l'acqua potabile. Mentre
non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l
(microgrammi per litro) di arsenico, è frequente che la maggior
parte delle acque minerali siano contenute 40/50µg/l di arsenico
senza l'obbligo di dichiararlo sulle etichette. Lo stesso vale per
altre sostanze.
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Valore limite di alcune sostanze contenute nell’acqua
potabile e nell’acqua minerale |
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Valori limite acque potabili
Decreto L. 31/2001 |
Valori limite acque minerali
Decreto 542/92 – Dm 31/05/2001 |
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Arsenico totale (µg/l) |
10 |
50 |
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Bario
(µg/l) |
- |
1 |
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Cromo
(µg/l) |
50 |
50 |
|
Piombo (µg/l) |
10-25 |
10 |
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Nitrati (mg/l) |
50 |
45-10* |
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Alluminio (µg/l) |
200 |
Nessun limite |
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Ferro
(µg/l) |
200 |
Nessun limite |
|
Manganese (µg/l) |
50 |
2000 |
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Fluoruro (mg/l) |
1,50 |
Nessun limite |
* Valore relativo
ad acque destinate all’infanzia
Una clamorosa
omissione che può essere pericolosa per la salute di chi beve
sistematicamente la stessa acqua minerale per anni senza controllo
medico. Ricordiamo, inoltre, che nel febbraio 2000, l'Italia ha
ricevuto un ammonimento da parte della Commissione dell'Unione
europea, perché i valori massimi previsti per alcune sostanze
tossiche e indesiderabili nelle acqua minerali italiane erano
superiori alle norme imposte a livello comunitario»
«La seconda ragione del 'male' risiede nel fatto che se -
come abbiamo visto - l'acqua minerale non è né più pura né più sana
della potabile è certamente molto più cara: dalle 300 alle 600 e
persino 1000 volte più cara», aggiunge Petrella.
Secondo
gli ultimi dati, derivati da un'inchiesta della Federconsumatori, il
costo medio in Italia di 200 metri cubi d'acqua potabile,
corrisponde al consumo medio di una famiglia, è pari, nel 2000, a
361.269 lire annue, cioè 1806 lire al metrocubo (0.93 euro).
Un litro di Perrier costa più di 1000 litri di acqua di rubinetto,
la più cara d'Italia (quella di Forlì) e quasi 3000 volte di più
dell'acqua potabile di Milano.
«Il successo di mercato delle acque minerali è chiaramente uno
scandalo», continua Petrella.
«Ci troviamo di fronte a un fenomeno di sfruttamento a fine di lucro
di un bene demaniale che secondo quanto ha riconfermato la legge
sull'acqua del 1994 (la legge Galli) fa parte del patrimonio
inalienabile delle regioni. Lo sfruttamento avviene con il
beneplacito formale ed esplicito delle autorità pubbliche. Le
regioni hanno ceduto il diritto di gestione delle acque minerali a
delle tariffe ridicolmente basse. Il caso della Lombardia, una delle
regioni a più alta densità di fonti minerali illustra bene la
situazione. Su più di 2000 miliardi di lire che rappresentano il
business delle acque minerali in Lombardia per 8 miliardi di litri
di acqua estratti di cui solo 2 miliardi e mezzo sono stati
imbottigliati e venduti (che fine hanno fatto gli altri 5,5 miliardi
di litri estratti?), la regione Lombardia ha visto arrivare nelle
sue casse meno di 300 milioni di lire, una miseria rispetto agli
incassi delle imprese private.
Quel che è grave è che più dell’80% delle acque minerali sono
imbottigliate in contenitori di plastica (in Pet), il cui costo si
aggira sui 1° cent contro i 25 cent per la bottiglia di vetro. I
costi dello smaltimento ricadono sulle regioni che spendono di più
di quanto incassino dai canoni delle concessioni di sfruttamento
delle fonti.
«Non è
difficile capire, ora, perché il business dell’acqua minerale sia
così lucroso e le ragioni che hanno spinto il capitale privato a
influenzare, tramite la pubblicità e la potenza della grande
distribuzione, il comportamento delle popolazioni occidentali a
diventare dei grossi consumatori d’acqua minerale», precisa Petrella.
«Aneddoto che aggiunge il 'comico' a una situazione inquietante: nel
febbraio 2002 un decreto del Ministero della Sanità ingiungeva agli
esercizi di vendere al consumatore l’acqua minerale naturale
originariamente preconfezionata in confezione integra o aperta
soltanto al momento della consumazione. Una tale misura, se fosse
entrata in vigore, avrebbe comportato uno sperpero inimmaginabile di
bottiglie. Fortunatamente, di fronte alla numerose critiche, il
Ministero ha ritirato il decreto alcuni giorni dopo averlo
adottato».
Il
business dell’acqua minerale è un business a forte concentrazione
industriale e finanziaria. Nestlé (multinazione svizzera) e Danone
(francese) sono rispettivamente la numero uno e la numero due delle
imprese mondiale d’acqua imbottigliata. Da sole rappresentano più
del 30% del mercato mondiale. Nestlé possiede più di 260 marche
d’acqua minerale in tutto il mondo, fra cui Vittel, Contrex, Terrier
(la più importante del mondo) e le italiane San Pellegrino,
Lievissima, Panna. Fanno parte invece della Danone: Ferrarelle, San
Benedetto (Guizza)… Il grande business delle minerali in Italia è,
dunque, fonte di benefici soprattutto per gli azionisti della Nestlé
e della Danone.
«La terza
ragione del 'male'
risiede nella
mercificazione dell’acqua e nella privatizzazione dei servizi
d’acqua. Questi hanno trovato nel business delle acque minerali uno
strumento potente di stimolo e di 'legittimazione'. Perché non
mercificare anche l’acqua potabile, si sono detti gli operatori
privati? Che differenza c’è – domandano – tra l’acqua potabile e
l’acqua minerale? Se la mercificazione di quest’ultima non solleva
nessun problema economico, politico, sociale, etico, perché – si
chiedono il consumatore e il finanziere – si deve impedire di
vendere e acquistare l’acqua potabile come ogni altra merce? Perché
le imprese private non dovrebbero prendersi cura anche dei relativi
servizi idrici?
Il mondo
commerciale dell’acqua minerale sta scombussolando l’intero settore
dell’acqua.
Attirate dagli alti livelli di profitto e dalla allettanti promesse
future del business acqua, potenti imprese come la Coca Cola sono
entrate anch’esse nel settore introducendo un nuovo tipo di 'acqua
da bere', l’acqua purificata. L’acqua 'purificata' non è altro che
acqua d’acquedotto sottoposta ad alcune operazioni di
demineralizzazione e di declorizzazione. Piano piano, il legislatore
ha autorizzato anche in Italia la vendita in bottiglia dell’acqua di
rubinetto. Una grande confusione caratterizza sempre più il
'business dell’acqua' composto da un numero crescente di tipi
d’acqua: acqua potabile di rubinetto, 'acqua da tavolaa (si tratta
di acque da potabili in bottiglia), acqua potabile in bottiglia in
bottiglia 'naturale' con 'aggiunta di anidride carbonica', acqua 'purificata',
acqua naturale minerale (acqua minimamente mineralizzata, acqua
oligominerale, acqua minerale terapeutica), acqua di sorgente (cioè
acqua potabile prelevata alla fonte ma che non può essere clorata.
Tutte le acque minerali sono di sorgente ma non tutte le acque di
sorgente sono minerali), acqua di sorgente 'naturale', acqua di
falda.
L’espansione del 'mercato dell’acqua' ha condotto a un
rimescolamento delle carte a livello delle imprese: le imprese
tradizionali d’acqua minerali sono entrate nel settore dell’acqua
potabile in bottiglia e, viceversa, le imprese d’acqua potabile
cominciano a intervenire nel settore delle acque in bottiglia
(minerali comprese). Lo stesso dicasi delle imprese di soft drinks
(limonate, cola, bevande gassate…) e del latte (la Parmalat, per
esempio, ha messo sul mercato una sua acqua in bottiglia, l’'Aqua
Parlamat'.
«Tutto ciò in una logica commerciale e di profitto. La
mercificazione dell’acqua, facilitata dal boom delle acque minerali,
rappresenta uno dei mali più gravi e insidiosi», accusa Petrella.
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