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“Il mare non ha
paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare,
di qua e di là dove nasce e muore il sole”.
- Giovanni Verga
“Mare, profumo
di mare”, recitava la sigla di una nota serie televisiva degli anni
’80. Ma che tipo di profumo può avere oggi l’Oceano Pacifico, dove
secondo gli esperti esiste un minestrone galleggiante di plastica
grande quasi il doppio degli Stati Uniti? Così gli oceanografi
definiscono la massa di rifiuti che galleggia nel Pacifico, tenuta
insieme dalle correnti sottomarine, che cresce a un ritmo
vertiginoso e che costituisce di fatto la più grande discarica del
mondo. L'isola galleggiante, scrive l'Independent, inizia a
formarsi 500
miglia al largo della California, attraversa
il Pacifico meridionale, oltrepassa le Hawaii e arriva fin quasi al
Giappone. L'oceanografo americano Charles Moore, che l'ha scoperta,
la chiama “la grande massa di immondizia del Pacifico” o “il gorgo
di spazzatura”.

Il “Pacific
Trash Vortex”
Il
“Pacific Trash Vortex”, ossia “gorgo di immondizia del Pacifico”, è
un'isola di spazzatura, soprattutto plastica, formatasi nell'Oceano
Pacifico a partire dagli anni Cinquanta, con un diametro di circa 2500 km , pari ad una superfice di
4.909.000 Km², una profondità di 30 metri ed un peso di 3.500.000
tonnellate, grazie all'azione della North Pacific Subtropical Gyre,
una corrente oceanica dotata di un particolare movimento a spirale
orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di
loro.
La North Pacific
Gyre, o Vortice
del Nord Pacifico (conosciuto anche come Vortice Subtropicale del
Nord Pacifico) è una corrente oceanica a forma di vortice circolare
localizzato tra l'equatore il 50° di latitudine nord. Occupa
approssimativamente un'area di 34 milioni di km², si muove in senso
orario ed è formato prevalentemente da quattro correnti oceaniche :
la Corrente
del Nord Pacifico a nord,
la Corrente della California ad est, la Corrente nord equatoriale a sud e
la Corrente Kuroshio
a ovest. Il centro di tale vortice è una regione relativamente
stazionaria dell'Oceano Pacifico (ci si riferisce spesso a
quest'area come la latitudine dei cavalli ) al cui centro si
accumulano notevoli quantità di rifiuti, soprattutto plastica, ed
altri detriti a formare una enorme "nube" di spazzatura che ha
assunto il informale definizione di Isola orientale di Immondizia o
Vortice di Pattumiera del Pacifico. Storicamente questi rifiuti
erano spontaneamente sottoposti a biodegradazione, mentre in questo
luogo si sta accumulando una enorme quantità di plastica e di
rottami marini. La plastica invece di essere fotodegradata si
disintegrata in pezzi sempre più piccoli, che mantengono la
caratteristica di polimerica anche quando raggiungono le dimensioni
di una molecola, la cui ulteriore assimilazione è molto difficile.
La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento di PCB.
Il galleggiamento di tali particelle che apparentemente assomiglia a
zooplancton, inganna i molluschi che se ne cibano, causandone
l'introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua
marina presi nel 2001 la quantità di plastica superava di un fattore
sei quella dello zooplancton (la vita animale dominante dell'area).
Occasionalmente,
improvvisi mutamenti nelle correnti oceaniche provocano la caduta,
da parte di navi cargo di interi containers che non solo vanno ad
alimentare il Nord Pacific Gyre, ma arenano su spiagge poste ai
confini del PTV. La più famosa è avvenuta nel 1990; dalla nave Hansa
Carrier sono caduti in mare ben 80.000, tra stivali e scarpe da
ginnastica della Nike che, nei tre anni successivi, si sono arenati
tra le spiagge degli stati della British Columbia, Washington,
Oregon e Hawaii E questa non è stato l'unico caso: nel 1992 sono
caduti in mare, decine di migliaia di vasche da bagno giocattolo e
nel 1994 attrezzatura per hockey. Questi eventi sono molto utili per
determinare, da parte di diversi istituzioni, i flussi delle
correnti oceaniche su scala globale.
Per diversi anni alcuni ricercatori oceanici, tra cui Charle Moore,
hanno investigato a fondo la diffusione e la concentrazione dei
detriti plastici presenti nel North Pacific Gyre. La concentrazione
della plastica è di 3.34x106 frammenti per km2, con una media di
5.1kg/km2 raccolti utilizzando una rete a strascico rettangolare
delle dimensioni di 0.9x0.15 m2. A 10 mt di profondità è stata
individuata una concentrazione di detriti pari a poco meno la metà
di quella in superficie, detriti che consistono principalmente di
monofilamenti, fibre di polimeri incrostati di plancton e diatomee.
Marcus Eriksen,
ricercatore della Marine Research Foundation creata da Moore,
spiega: “Inizialmente la gente si era fatta l'idea di un'isola di
rifiuti di plastica sulla quale si sarebbe potuto camminare, ma non
è così. È una specie di infinito minestrone di plastica, che si
estende su di un’area grande forse il doppio degli Stati Uniti”.
L'oceanografo Curtis Ebbesmeyer, che da più di 15 anni si occupa del
problema della dispersione della plastica nei mari, paragona il
gorgo di spazzatura a un organismo vivente: "Si divincola come un
grosso animale senza guinzaglio", dice. Quando la “bestia” si
avvicina alla terraferma, come è accaduto alle Hawaii, le
conseguenze sono gravissime. “La massa di rifiuti rigurgita pezzi
e le spiagge si coprono di un tappeto di plastica”.
Qualcuno
potrebbe pensare che tutto sommato il mare è talmente grande che
prima o poi riassorbirà anche l’odiata plastica. Ma il problema vero
è l’effetto che il lento rilascio di PCB (Policlorobifenili) ha
sulla catena alimentare che nasce dal mare, che coinvolge
direttamente anche noi esseri umani.
Di recente,
alcuni ricercatori dell’Università di Oslo, in cooperazione con gli
esperti del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Università
di Tokyo, hanno pubblicato uno studio intitolato “Accertamento di
contaminazione umana con agenti chimici che determinano
disregolazione estrogenica ed il loro rischio per la riproduzione
umana.” In questo documento, i ricercatori hanno postulato una
teoria sui possibili effetti estrogenici di contaminanti ambientali
come PCB, diossina ed insetticidi, che sta provocando molta
preoccupazione. La "teoria estrogenica" indica che la persistente
bioaccumulazione di agenti chimici influenza lo sviluppo fetale
agendo come estrogeni. Questi determinano danni permanenti, in
particolare negli organi riproduttivi. La teoria è basata sui
rapporti su animali delle regione dei Gran Laghi in nord l'America,
e sugli alligatori della Florida e sulla pesca nei fiumi in Gran
Bretagna. Una riduzione della qualità del seme umano si è verificata
durante il corso degli ultimi 50 anni, ed è stata indicata la
possibilità che questo sia il risultato di una larga contaminazione
ambientale. L'Incidenza più alta di altre malattie come ipospadia,
criptorchidismo e cancro del testicolo indica anche che qualcosa sta
colpendo la salute riproduttiva del maschio. Se l'incidenza più alta
di endometriosi e cancro del seno può essere spiegata dall'ipotesi
estrogenica è un forte interrogativo. Che molti contaminanti
ambientali hanno effetti estrogenici, è stato documentato.
L’origine
misteriosa di un continente di rifiuti
“La
vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana” dicevano latini, e
così anche per quello che riguarda il nostro maremagnum di
rifiuti vagante, nessuno sembra avere particolarmente fretta di
dichiararsene l’autore. Ma da dove può essere nata una tale marea di
plastica e rifiuti non biodegradabili? Di sicuro non può essere
semplicemente frutto del rilascio di oggetti o scarti da parte di
navi in transito nei mari del pacifico. Le enciclopedie alla voce
“rifiuti oceanici” hanno due voci, il “jetsam”, vale a dire il
volontario lancio fuori bordo (jettisoned) di oggetti,
generalmente per situazioni di emergenza, e il “flotsam”, descritto
come la perdita di materiale di bordo in seguito a incidenti o
schianti. Appare evidente che nessuna di queste due spiegazioni si
attaglia alla situazione in essere, quante navi avrebbero dovuto
naufragare per produrre una tale quantità di materiale inquinante?
Certo, esistono casi limite come quello succitato della nave Hansa
Carrier, che il 27 maggio del 1990, mentre procedeva verso gli Stati
Uniti provenendo dalla Corea, naufragò a causa di una terribile
tempesta tropicale, e 80.000 scarpe finirono in mare. Ma si tratta
di casi rari e isolati, tant’è vero che il caso della Hansa Carrier
è tutt’ora uno dei più studiati dagli oceanografi perchè è stato
utilissimo per capire la struttura delle correnti oceaniche (http://www.msc.ucla.edu/oceanglobe/pdf/nike_invest.pdf
).
Ma se si tratta
di casi così rari, come ha fatto a formarsi un’isola galleggiante di
rifiuti grande quasi il doppio degli Stati Uniti?
Tornano in mente i traghetti nostrani, che carichi di rifiuti che
nessuno desidera, approdano in Sicilia o in Sardegna in cerca di una
zona di stoccaggio, con carichi di 800 tonnellate di immondizia per
viaggio. Riguardo ai rifiuti del Pacifico, l’ipotesi più credibile
allo stato attuale è che si tratti di rifiuti domestici che nessuno
voleva, provenienti da parti del mondo dove lo stoccaggio e lo
smaltimento dei rifiuti rappresenti un grosso problema. Nella
sterminata
discarica infatti si può trovare un po’ di tutto, dai palloni da
calcio ai mattoncini del Lego, fino ai famigerati sacchetti di
plastica, difficile quindi pensare a materiale di uso comune su di
una nave. La massa inquinante in realtà è formata da due parti: la
massa orientale, a sud-ovest del Giappone e quella occidentale a
nord-ovest delle Hawaii. Curtis Ebbesmeyer, un oceanografo che da
oltre 15 anni studia il problema della plastica dispersa in mare, ha
paragonato il ”minestrone” ad un gigantesco organismo vivente: “Si
divincola come un grosso animale senza guinzaglio”. E quando si
avvicina alla terraferma, come succede all’arcipelago delle Hawaii,
le conseguenza sono drammatiche: “È come se vomitasse e le
spiagge si coprono di ‘confetti’ di plastica”. David Karl, un
oceanografo dell’università delle Hawaii ha dichiarato che ulteriori
ricerche sono necessarie per stabilire l’estensione e la
composizione del ”minestrone di plastica”. Ma da dove proviene,
fisicamente, la marea di plastica che sta imbrattando le isole
Hawaii?
Il tratto di
mare interessato all’inquinamento è sito tra Giappone e le coste
della California, e interessa la zona delle isole Hawaii, in genere
considerato un autentico paradiso ecologico. Una rapida analisi
delle correnti oceaniche ci dimostra che per giungere in quel punto,
la massa inquinante può provenire solo dal nord, e più esattamente
dal Mare di Bering. In quel punto probabilmente si è generata la
marea di plastica grande due volte gli USA che ora affligge il cuore
del Pacifico. Lo Stretto di Bering è uno stretto marino tra Capo
Dezhnev, il punto più ad est del continente asiatico, e Capo
Principe di Galles, il punto più ad ovest del continente americano.
È largo circa 85 chilometri , con una
profondità compresa tra 30 e 50 metri . Lo stretto unisce il mar
Chuckhi (parte dell'Oceano Artico) a nord con il Mare di Bering
(parte dell'Oceano Pacifico) a sud.
Naturalmente,
solo lo stato americano dell’Alaska e la Federazione
Russa si affacciano su di quel tratto di mare del
nord, generalmente disabitato per chilometri e quasi mai monitorato
da strutture civili o agenzie di stampa. L’Alaska è da sempre uno
stato molto attento all’ambiente, difatti il mare di Bering è da
sempre una importante risorsa ittica per gli Stati Uniti, da sola
tale zona – uno dei sistemi marini più ricchi del pianeta – sostiene
metà della industria ittica degli States. Per proteggere queste
zone, che custodiscono tra l’altro l’Alaska Maritime National
Wildlife Refuge e le Pribilof Islands, definite come le 'Galapagos
del Nord', il governo americano – probabilmente preoccupato dalla
possibilità di perdere una redditizia risorsa di pesca - ha di
recente lanciato una serie di iniziative ambientali, come la
“Pacific Environment”, con lo scopo di creare aree marine protette e
prevenire perdite di sostanze inquinanti dalle navi.
Difficile pensare che interi carichi di ecoballe siano stati
rilasciati dallo stato dell’Alaska così vicino a casa propria. Gli
americani, quando devono disfarsi di rifiuti (specie se tossici o
radioattivi), lo fanno ben lontano dalle loro coste, possibilmente
in qualche sperduto paradiso ecologico del terzo mondo, dove non
esistono quei diritti civili a cui sembrano così allergici.
Dall’altra parte del mare di Bering, invece, abbiamo
l’amministrazione Russa, che da anni riceve numerosi ammonizioni
internazionali per la scarsa attenzione all’ambiente.
Il pericolo
Kamchatka
La
Kamčatka
, o Kamchatka,
(in russo
полуо́стров
Камча́тка)
è una penisola lunga
1.250 km
situata nell’estremo oriente russo. Ha una superficie di 472.300
km2. A est si affaccia sull'Oceano Pacifico mentre a ovest si trova
il mar di Okhotsk. Al largo della penisola si trova la fossa delle
Curili con una profondità di
10.500 m .
La Kamchatka fino al 1991 era interdetta agli
stranieri e persino agli stessi russi non di tale regione, per via
della sua incredibile importanza strategica.
Dato il suo clima subartico e la natura selvaggia del luogo, la Kamchatka è poco
popolata, meno di una persona per km quadrato, e vive ancora di
risorse ittiche e rurali, ben lontano dai ritmi di vita moderni
delle capitali europee. La zona è ancora prevalentemente abitata
anzi da ceppi etnici autoctoni della Kamchatka, come i Koryaks, gli
Itelmen, i Chukchies, gli Evens.
Eppure, un luogo
di bellezza selvaggia come
la Kamchatka deve combattere una strenua lotta
contro l’inquinamento ambientale. La penisola difatti è piena di
agenti chimici inquinanti dovuti alla massiccia presenza nella zona
di basi militari sovietiche, ormai per la maggior parte scarsamente
controllate e mal amministrate.
La Kamchatka
in effetti è la
zona d’attracco della Flotta Sovietica di Sommergibili del Pacifico,
ospita numerose basi aeree ed è zona di test per missili ICBM. La
massiccia presenza dei militari russi in zona ha contaminato il
terreno di metalli pesanti, radiazioni e diversi agenti inquinanti.
Una grossa base navale nei pressi di Petropavlovsk è piena di
sottomarini nucleari malmessi, e in tempi recenti si verificano
spesso affondamenti dovuti alla problemi di manutenzione, carente o
addirittura totalmente inesistente.
Già nel 2005, la
giornalista Lucia Sgueglia, della testata Lettera22,
scriveva:
“Il
declino del complesso militare russo procede da almeno un decennio,
ma a passarsela peggio è proprio l’ex flotta sovietica. Negli ultimi
anni i disastri militari si sono inanellati uno dopo l’altro, e la
più colpita è proprio la marina. Nel 2003, il naufragio del
sottomarino K-159 (un modello degli anni Cinquanta) mentre veniva
condotto alla rottamazione causò nove vittime. La Russia , in seguito ad accordi
internazionali di non proliferazione militare e nucleare (accettati
con qualche recalcitranza), sta smantellando la propria flotta già
da qualche anno, e a gran velocità. Metà dei sottomarini è alla
fonda da tempo. Ma il problema principale, nella penuria di fondi,
per un patrimonio che conta un gran numero di mezzi a propulsione
nucleare, è lo smaltimento delle scorie radioattive. Nel 1996 il
cosiddetto “rapporto Nikitin” (opera di un ex ufficiale di marina),
denunciò lo spaventoso inquinamento causato dai vecchi sommergibili
nucleari (con l’abitudine di scaricare in mare i residui di
combustibile), causando l’ira delle alte gerarchie militari. Le basi
della Flotta Nord, si leggeva nel rapporto, sono il luogo a maggiore
concentrazione di rifiuti nucleari al mondo. Una bomba a orologeria
a pochi passi dall’Europa, insomma. La mancanza di trasparenza da
parte russa resta un ostacolo. Nota è la vicenda dei cosiddetti
“cimiteri militari”, dove, abbandonati senza le dovute precauzioni,
i vecchi armamentari sovietici costituiscono una gravissima minaccia
ambientale (si ricordi il disastro ecologico del lago d’Aral,
trasformato in una pattumiera di scorie). Anche l’addestramento del
personale, ammise Putin nel 2000, è insufficiente, e bassissimi gli
stipendi di arruolati e ufficiali. Tanto da indurre qualcuno ad
arrotondarli accordandosi con gang criminali (in forte aumento furti
e contrabbando di componenti vitali della flotta, perfino siluri).”
In uno studio
del Marine Pollution Bulletin, Volume 35, numero 7, del
lontano Luglio 1997, si affermava che:
“Scorie nucleari sigillate e sotterrate dalla Russia, sono presenti
in diverse località a sud est della penisola della Kamchatka, nelle
vicinanze della costa. Questo documento analizza la possibilità e i
modi con cui queste scorie, se non correttamente sigillate, possano
disperdersi dai siti di interramento e nelle correnti oceaniche. Una
analisi delle circolazione delle correnti oceaniche a larga scala e
un modello di studio suggeriscono che eventuali rifiuti radioattivi
seguirebbero una traiettoria diretta verso il nord-est del Pacifico.
Le analisi suggeriscono la possibile creazione di due flussi
principali di materiale altamente tossico, anche se la velocità del
modello teorico è estremamente variabile: la diffusione di tale
scorie radioattive potrebbe impiegare come minimo 5 anni, e come
massimo 100, per raggiungere il nord-est del Pacifico. Riflussi
verticali nelle correnti sarebbero necessari per trasportare gli
elementi contaminati verso la superficie e in prossimità di zone
costiere, come quelle dell’Alaska, ma le informazioni su questi
riflussi verticali allo stato attuale sono troppo scarsi per stilare
un modello credibile delle aree geografiche a rischio.”
Conclusioni
Cosa
vuol dire tutto ciò? È possibile che i russi, in qualche maniera,
siano responsabili del disastro ecologico in atto nell’oceano
Pacifico? Di sicuro, negli anni scorsi diversi giornalisti sovietici
pur di indagare sul degrado e la corruzione del proprio paese, hanno
rischiato il lavoro, la salute o talvolta (come nel caso della
reporter di Novaja Gazeta, Anna Politkovskaya) la vita stessa. Nella
Russia di Putin esistono una serie di collusioni, omissioni, giri
d’affari e di interessi economici poco leciti, corruzioni e
stravolgimenti delle vita pubblica, nel novero delle quali il fine
tende inevitabilmente a giustificare i mezzi. In un quadro sociale e
politico del genere, è possibile immaginare che i controlli, specie
in ambito ecologico, siano di certo minori di altre parti del
mondo, e altresì è facile trovare persone disposte, per pochi rubli,
a compiere lavori ai limiti del legale, o ben oltre. Non è un
mistero, ad esempio, che ad oggi i maggiori commerci illegali di
materiale radioattivo sembrano partire quasi tutti dall’ex Unione
Sovietica. E allora, l’enorme blob di plastica e oggetti inquinanti
che sta galleggiando nel Pacifico, è nato forse dal degrado sociale
e dalla carenza di controlli esistenti oggi nell’ex Urss, già
denunciati diverse volte dalle numerosi leghe ambientali di tutto il
mondo? Questo allo stato attuale delle cose non è dato saperlo, ma
probabilmente i responsabili delle agenzie ambientali internazionali
farebbero bene a iniziare le loro ricerche da lì. Sempre che la
sempre maggiore necessità, specie in Europa, delle risorse
energetiche provenienti dall’Est, non finiscano per rendere
l’occidente sordo al grido di dolore che oggi proviene dall’Oceano
Pacifico. |