Il
Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund, di
solito abbreviato in FMI in italiano e in IMF in inglese) è, insieme
al Gruppo della Banca Mondiale, una delle organizzazioni
internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza
che ne sancì la creazione.
L'Accordo Istitutivo acquisì efficacia nel 1945 e l'organizzazione
nacque nel maggio 1946. L 'FMI si configura
anche come un Istituto specializzato delle Nazioni Unite (ONU).
I suoi obiettivi
sono (dovrebbero essere):
- Promuovere la cooperazione monetaria internazionale
- Facilitare l'espansione del commercio internazionale
- Promuovere la stabilità e l'ordine dei rapporti di cambio,
evitando svalutazioni competitive
- Dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili, con adeguate
garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della
bilancia dei pagamenti
- In relazione con i fini di cui sopra, abbreviare la durata e
ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli
Stati membri.
Ogni membro
(attualmente 185 paesi) può accedere al credito del fondo (SBA ed
EFF), in un anno, fino al massimo del 100% delle quote sottoscritte
e, cumulativamente, fino al massimo del 300%; l'ammontare dei
prestiti può essere elevato in casi eccezionali.
Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato dal
movimento no-global e da alcuni illustri economisti, come il Premio
Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere
un'istituzione manovrata dai poteri economici e politici del
cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi
poveri anziché adoperarsi per l'interesse generale.
Il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi
"occidentali", è considerato da molti iniquo e non democratico. Il
FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco
trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si
trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche.
Il board
esecutivo e il board dei governatori del FMI non danno a tutti i
Paesi la stessa possibilità di essere rappresentati.
L’assegnazione del numero dei voti è basata sul sistema “un dollaro
un voto”, che quindi antepone la ricchezza alla democrazia. I paesi
più ricchi controllano il board esecutivo sia in termini di seggi
che di voti, nonostante il Fondo sia quasi completamente impegnato
in Paesi a basso e medio reddito. Questo sistema, creato durante il
periodo coloniale e controllato dai governi dei Paesi sviluppati, è
inadeguato e necessita di essere radicalmente modificato.
Perciò molti economisti, rappresentati del governo e associazioni
chiedono una struttura del Fondo che sia realmente democratica, che
abbia gli stessi standard di democrazia richiesti a livello
nazionale. Per raggiungere questo obiettivo, si auspica l’adozione
immediata di un sistema di voto a doppia maggioranza. Le decisioni
dei board dovrebbero essere prese solo con il consenso della
maggioranza dei governi membri e con la maggioranza dei voti a
favore. Il sistema “un Paese, un voto” contro-bilancerebbe il
sistema “un dollaro, un voto”. La combinazione dell’attuale sistema
di voto con la richiesta di un accordo della maggioranza dei governi
membri contribuirebbe a superare l’ineguaglianza che caratterizza il
meccanismo decisionale del FMI.
Come espresso
prima Joseph Stiglitz ha apertamente criticato l’operato del Fondo
Monetario Internazionale.
Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica. Ha
lavorato nell'amministrazione Clinton come Presidente dei
consiglieri economici (1995 –1997); alla Banca Mondiale ha assunto
la posizione di Senior Vice President e Chief Economist (1997 –
2000), prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del
Tesoro Lawrence Summers.
Stiglitz esprime il suo disappunto per la politica del FMI nel suo
libro intitolato "Globalization and Its Discontents" 92 ("La
globalizzazione e i suoi oppositori"), dove analizza gli errori del
FMI e della gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite
negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico
all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste
situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla
riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria
deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti
esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in
crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si
rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento
delle crisi.
Stiglitz critica
il FMI su diversi punti.
Analizzando la crisi dell’Est asiatico, Stiglitz ricorda che il 2
luglio 1997 crollò il baht tailandese che segnò l’inizio della più
grande crisi economica dai tempi della Grande depressione, una crisi
che partendo dall’Asia sarebbe andata a colpire anche Russia e
America Latina.
Il baht, che per dieci anni era stato scambiato con un rapporto di
25:1 rispetto al dollaro, dalla sera alla mattina subì una
svalutazione di circa il 25 per cento.
Ormai la crisi è
passata ma sfortunatamente le politiche imposte dal FMI durante quel
periodo tumultuoso hanno peggiorato la situazione, e in molti casi
hanno provocato addirittura l’inizio di una crisi: secondo Stiglitz
una liberalizzazione eccessivamente rapida dei mercati finanziari e
dei capitali è stata probabilmente la causa principale della crisi,
sebbene vi abbiano condotto anche alcune politiche sbagliate
condotto dai singoli paesi.
Oggi gli esperti del FMI hanno riconosciuto molti errori, ma non
tutti.
Si sono resi conto, per esempio, di quanto possa essere pericolosa
una liberalizzazione troppo rapida del mercato dei capitali, ma è un
cambiamento di opinione che arriva quando ormai è troppo tardi per
aiutare i paesi in difficoltà.
Nei tre decenni
precedenti alla crisi, l’Est asiatico non era soltanto cresciuto più
velocemente di qualsiasi altra regione del mondo, più o meno
sviluppata, riuscendo addirittura a ridurre la povertà, ma aveva
anche acquisto stabilità e si era salvato dagli alti e bassi che
caratterizzavano tutte le economie di mercato.
Tanto che quei risultati positivi vennero descritti come “il
miracolo asiatico”.
Quando scoppiò la crisi però il FMI e il Tesoro degli Stati Uniti
fecero aspre critiche contro questi paesi, incolpandoli di avere dei
governi corrotti e urgeva una riforma radicale.
Stiglitz però si interroga: “come è possibile che le istituzioni di
questi paesi abbiano funzionato così bene per tanto tempo se sono
marce e corrotte?” . La risposta si evinse chiaramente dalla
relazione intitolata “The East Asian Miracle” realizzata dalla Banca
Mondiale su pressione dei giapponesi: quei paesi asiatici avevano
avuto successo non solo malgrado il fatto di non aver seguito il
diktat del Washington Consensus, ma proprio perché non li avevano
seguiti; fu così evidenziato l’importante ruolo svolto dai governi.
Mentre le
politiche del Washington Consensus mettevano in risalto la
privatizzazione, i governi asiatici a livello nazionale e locale
davano contributi per la creazione di imprese efficienti che hanno
svolto un ruolo decisivo nel successo di alcuni di questi paesi.
Quando cominciò la crisi, l’Occidente non ne colse la gravità.
Il FMI per risolvere la crisi impose un’impennata dei tassi
d’interesse e tagli alle spese, nonché di introdurre nei paesi
cambiamenti sia economici che politici.
Il FMI stava fornendo miliardi di dollari a questi paesi, ma a
condizioni di così ampia portata che i paesi che accettavano i
finanziamenti finivano per rinunciare a gran parte della loro
sovranità economica.
Nonostante ciò,
i programmi del FMI sono falliti: avrebbero dovuto arrestare la
caduta dei tassi di interesse, che invece si sono mantenuti in
discesa, senza che il mercato abbia minimamente dimostrato di aver
preso atto che fosse arrivato il FMI a “salvare la situazione”.
Imbarazzato dal fallimento della sua ricetta il FMI ha puntualmente
incolpato il paese di turno di non aver attuato sul serio le riforme
necessarie.
Con l’aggravarsi della crisi aumentò la disoccupazione: la
percentuale di disoccupati era quadruplicata in Corea, triplicata in
Thailandia e decuplicata in Indonesia.
Il rallentamento nella regione ha avuto ripercussioni globali:la
crescita economica complessiva fu rallentata e, con questo
rallentamento, sono crollati i prezzi delle materie prime.
Secondo il
premio Nobel americano, a generare le crisi economiche dall’Est
asiatico all’America Latina, dalla Russia all’India, ritiene che la
colpa vada imputata alla liberalizzazione dei movimenti di capitali.
Secondo Stiglitz essa può creare rischi enormi persino in quei paesi
che hanno banche forti, borse valori mature e altre istituzioni che
molti di quei paesi in crisi non possedevano. Nonostante egli esempi
del passato, il FMI ripropone la sua ricetta di liberalizzazione dei
capitali, nella bizzarra ipotesi che questa migliorerebbe la
stabilità economica attraverso una maggior diversificazione delle
fonti di finanziamento. Basterebbe però analizzare i dati relativi
ai flussi di capitali per rendersi conto che essi hanno un andamento
prociclico, cioè defluiscono da un determinato paese in tempi di
recessione, proprio quando il paese ne ha più bisogno, e affluiscono
verso il paese nel periodi di rapida espansione, esasperando le
pressioni inflazionistiche.
Analizziamo due
casi:
la Corea del Sud
dove è intervenuto il FMI e
la Cina che scelse di non seguire le politiche del
Fondo.
1. In
Corea il FMI,
nonostante conoscesse l’eccessivo indebitamento delle aziende,
insistette che fossero aumentati i tassi di interesse e ciò aumentò
il numero delle aziende in crisi e, di conseguenza, il numero delle
banche che si trovarono a gestire “crediti in sofferenza”. In
pratica il FMI era riuscito a congegnare una contrazione simultanea
tanto della domanda quanto dell’offerta.
Il FMI si giustificava dicendo che le sue politiche avrebbero
aiutato a riportare la fiducia nei mercati dei paesi colpiti. Ma
chiaramente un paese in piena recessione non ispira alcuna fiducia.
2. Confrontando
quello che è successo in Cina invece, che come la Malesia scelse di non seguire i
programmi del FMI, vediamo chiaramente gli effetti negativi delle
politiche del FMI.
La Cina
, del resto come
l’India, fu uno dei grani paesi in via di sviluppo che è riuscita ad
evitare la devastazione della crisi economica mondiale introducendo
dei controlli sui movimenti dei capitali.
Mentre i paesi
in via di sviluppo con mercati dei capitali liberalizzati hanno
registrato un declino dei redditi, l’India è cresciuta di oltre il
5% e la Cina quasi dell’8%. Questi risultati
notevoli sono stati seguiti non certo seguendo le ricette del FMI,
bensì quelle dell’ortodossia economica che gli economisti insegnano
da più di mezzo secolo.
La Cina ha colto
l’occasione di associare ai suoi obiettivi a breve termine quelli di
una crescita di lungo periodo, stimolando una domanda enorme di
infrastrutture.
Conn Hallinan è analista in politica estera al Foreign Policy, ed
insegnante di giornalismo all’Università della California a Santa
Cruz. Hallinan scrive che l’ultima vittima in ordine di tempo del
FMI sia stata appunto l’Argentina: la terza economia, per
importanza, dell'America Latina è stata fatta deragliare dalle
politiche del Fondo Monetario Internazionale che hanno già devastato
popolazioni ed economie da Mosca a JaKarta riempiendo al contempo i
forzieri delle banche e delle organizzazioni finanziarie.
Secondo Hallinan
il mito più diffuso riguardo al FMI è che si tratti di un organismo
“internazionale". Infatti, ha molti membri ma gli Stati Uniti ed i
suoi alleati prendono tutte le decisioni. L'Olanda, ad esempio, ha
più potere di voto della Cina e dell'India. "Internazionale" sarebbe
quindi una comoda finzione che permette all'organizzazione di
evitare il controllo del Congresso. Quello che il FMI fa è di fare
un'offerta che non è possibile rifiutare.
Quando L’Argentina attraversò un periodo economico burrascoso
all’inizio degli anni ’90, il Presidente Bush (senior) e il Fondo
offrirono un prestito condizionato all’ancoraggio del Peso Argentino
al Dollaro, alla totale privatizzazione di banche e servizi, alla
rimozione di dazi doganali ed alla liberalizzazione della
circolazione dei capitali.
L’Argentina ha
abboccato e i capitali stranieri sono affluiti. Per alcuni (i
benestanti) l’economia decollò, ma legare il peso al dollaro ha reso
le esportazioni argentine proibitive mentre l’inondazione di
importazioni estere a basso costo ha minato la base industriale del
paese: chiusura di fabbriche, diffusione della disoccupazione ed
implosione del debito. La libera circolazione dei capitali ha
permesso a compagnie straniere di spillare profitti all’estero ed ha
aperto le porte ai “vulture funds”, che hanno acquistato gran parte
del debito per fare il colpo grosso con gli elevati tassi
d’interesse.
Il fondo Toronto Trust Argentina98 ha avuto un ritorno del 79,25%
sui debiti acquistati pari a trenta volte quello che avrebbe
realizzato con i Bonds del tesoro statunitensi.
L’effetto delle
privatizzazioni proposte dal FMI portarono una compagnia francese ad
acquistare gli acquedotti del paese e aumentare le tariffe del 400%.
L'Argentina era guardata dal mondo come il paese dove il pensiero
unico del F.M.I. e della Banca Mondiale aveva vinto. Un miracolo
economico! Ma le privatizzazioni prima o poi finiscono, lo
squilibrio commerciale resta, lo Stato deve drenare denaro sui
mercati internazionali attraverso prestiti internazionali in valuta,
ad ogni giro i tassi salgono e il rating diminuisce. I tassi alti
scoraggiano l'economia e per tre anni l'Argentina va in recessione.
Le Grandi Famiglie (3% della popolazione) incominciano a cambiare i
pesos in dollari. Servono altri prestiti, sempre più cari.
A questo punto
scoppia la crisi finanziaria.
Nessuno presta più soldi all'Argentina che è costretta a tagliare
del 13% i salari pubblici e a bloccare totalmente la spesa pubblica.
Neanche questo basta, ed ecco l'F.M.I., caritatevole, giungere in
soccorso, prestando 8 miliardi di dollari . con una clausola, però,
che l'Argentina aderisca al F.T.A.A. (Free Trade Area of the
Americas) cioè si apra al libero scambio con gli USA.
Doppia trappola:
il deflusso di dollari non potrà che aumentare, per il libero
scambio e in più si mette in ginocchio il Brasile e si fa saltare il
Mercosur (il Mercato dell'America del sud).
La crisi finanziaria argentina è solo rimandata di qualche mese: una
boccata d'ossigeno per l'UBS, Citygroup e Chase Manhattan e altre
grandi banche che hanno ancora qualche mese per “securizzare” i
propri crediti, cioè farli scomparire nel risparmio gestito di fondi
pensione. Quando la stessa cosa avvenne in Messico nel 1995 a rimetterci fu il Fondo Pensione
degli Insegnanti della California! Ma ormai è fin troppo chiaro: le
ricette virtuose del F.M.I. sono catastrofiche.
Dopo il Sud Est asiatico e
la Russia
hanno rovinato il Sudamerica. Ma la grande fornace di Wall Street ha
bisogno di capitali esteri che tengano su i corsi azionari e quindi
`mors tua vita mea'!
Meraviglie della
globalizzazione dei mercati finanziari!
Ma a dicembre del 2001 la crisi esplode senza remissione. Prima
l'annuncio del default sul debito, bonds sovereign e local market
instruments collocati compiacentemente sui mercati internazionali
per un valore di oltre 58 miliardi di dollari vanno in default. Il
Ministro dell'Economia Domingo Cavallo tentò un ultimo colpo da
presitigiatore finanziario: lo Swap del debito.
Tassi al 7% invece del 30% e più e allungamento delle scadenze. I
mercati non accettano. Gli argentini così incominciano a dubitare
che un dollaro valga un peso. Le banche sono prese d'assalto per
cambiare pesos in dollari. I capitali defluiscono e con essi la
possibilità di far fede agli impegni assunti con il F.M.I. In più la
crisi riduce i profitti e i consumi. Crollano dunque anche le
entrate fiscali e l'obiettivo del `deficit di bilancio zero torna ad
essere quello che era sempre stato: una pura utopia. Si limita la
possibilità di ritirare denaro a 1.000 dollari mese. I bancomat
vengono presi d'assalto e presto vanno in Tilt. Ormai è crisi di
liquidità. Il F.M.I. nega la `tranche' di oltre 1 miliardo di
dollari dell'ultimo accordo di sostegno.
Anche loro sanno
che sarebbe ormai solo una goccia in un mare di debiti. Iniziano gli
assalti ai supermercati e la crisi che tutti conosciamo.
Il crac in Argentina non può essere imputato semplicemente alla
corruzione nazionale ma al sistema “politico” del FMI che, invece di
sostenere una partecipazione vera nello sviluppo della nazione, ha
introdotto meccanismi monetaristici che hanno portato alla rovina
economica il paese.
Tra Paesi che soccombono in crisi finanziarie, c’è invece un paese
che si libera dal debito nei confronti del FMI e Banca Mondiale,
ovvero il Venezuela del Presidente Hugo Chàvez.
Il paese sudamericano ha estinto il debito con il Fondo Monetario
Internazionale e
la Banca Mondiale e adesso nutre come secondo
obiettivo la costituzione del Banco del Sur.
Il Venezuela ha recuperato interamente la sua sovranità; le sue orme
potrebbero essere seguite da tanti altri paesi sudamericani od
europei. Naturalmente tutto dipende se al tavolo delle trattative si
indossi la veste del finanziatore pro-lobby o del debitore.
Fonti:
http://bankitaliasignoraggioenwo.blogspot.com
www.imf.org
STIGLITZ J., La globalizzazione e i suoi oppositori Torino, Einaudi,
Torino (2002)
www.foreignpolicy.com
http://www.aamterranuova.it |