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Leggevo, nei giorni scorsi, che
“Mister Prezzi” (ma se le inventano proprio tutte…) ha convocato
l’ANIA – l’associazione che riunisce le compagnie d’assicurazione –
per tirare loro le orecchie. Prezzi sempre troppo alti. Se dovessero
tirargliele per davvero, ne uscirebbero come tanti ciuchi.
La seconda cosa che mi è saltata in mente è una questione che
riguarda le unità di misura. Come si misura la distanza? Metri,
oppure chilometri. Il tempo? Secondi, oppure ore, mesi ed anni.
Mi sono quindi chiesto cos’è un’autovettura. Risposta: un bene
destinato a percorrere spazi.
Come si paga il premio (non ho mai compreso perché una “coltellata”
come l’assicurazione dobbiamo chiamarla “premio”, non capisco…)
assicurativo per una vettura? In anni, o mesi. Strana incongruenza,
che un bene per il quale si misura tutto in Km percorsi – i
tagliandi di garanzia, i cambi dell’olio, i pneumatici, le distanze
da percorrere, ecc – sia valutato mediante il tempo dalle
assicurazioni.
Altra deduzione: la possibilità che
una vettura provochi incidenti, deriva dal tempo che trascorre in
strada?
Se la tengo parcheggiata regolarmente sotto casa per un anno intero
(ammesso di non sospendere l’assicurazione), quale probabilità ha di
causare un incidente? Zero. Potrà subire un incidente, ma in quel
caso la responsabilità sarà d’altri.
Senza estremizzare il concetto, hanno la stessa probabilità di
causare incidenti, due automobilisti che percorrono rispettivamente
10.000 e 100.000 chilometri l’anno?
Dipenderà certo dalla prudenza, dalla bravura – anche dalla fortuna
– ma, se ammettiamo statisticamente che abbiano le stesse capacità e
siano nelle medesime condizioni, il primo pagherà dieci volte tanto
la probabilità di causare un incidente rispetto al secondo.
In parte c’è la compensazione della clausola “bonus malus”,
ma – in definitiva – chi percorre 10.000 Km avrà un decimo di
probabilità di causare un incidente rispetto all’altro. Quindi, ha
più senso agganciare la probabilità di causare un incidente alle
percorrenze, piuttosto che al tempo.
Gli assicuratori sono bravi ad eludere
il problema, affermando che gli automobilisti che percorrono pochi
chilometri l’anno sono quelli meno avvezzi alla guida. Oppure che, a
percorrere pochi chilometri, sono i giovani, i quali sono inesperti
e causano più incidenti.
Sono argomentazioni fatue: nessuno può affermare che chi guida poco
sia meno preparato alla guida di chi fa
100.000 chilometri
l’anno. Al contrario, si potrebbe obiettare che chi guida molto è
più soggetto alla stanchezza. Oppure, che le persone anziane sono
più prudenti, che i giovani – alle prese con il “giocattolino” nuovo
– passino molto tempo alla guida, ecc.
Senza fornire approfondite analisi sulla casistica degli incidenti
stradali, sostenere queste tesi è un vacuo pour parler: rimane il
fatto – inoppugnabile – che più si guida e maggiori sono le
probabilità d’incorrere in un incidente.
Alcune compagnie hanno iniziato a
fornire un servizio di assicurazione a percorrenza ma, se proverete
ad inserire i vostri dati, scoprirete che sarà conveniente solo per
percorrenze inferiori ai 10.000 Km annui (praticamente, sui
5.000, se vorrete avere una discreta convenienza), quando il dato
più comunemente accettato (Fonte: Eurispes) per la percorrenza media
è di circa
15.000 Km
annui. Inoltre, le compagnie chiedono l’installazione del GPS ed i
relativi costi, che ammontano a qualche centinaio di euro l’anno,
secondo la compagnia: il che, rende la proposta praticamente
inattuabile.
Questa differenza di 5.000 Km (10.000-15.000), rappresenta
lo “spartiacque” fra coloro che usano solo saltuariamente l’auto e
chi – comunemente – l’adopera per recarsi al lavoro e per qualche
breve viaggio. A volte – fortunatamente – si riescono ad acquistare
automobili che hanno sì 5 o 6 anni, ma che hanno percorso meno di
50.000 Km: sono le vetture di chi guida poco.
Ci sono poi coloro che percorrono più strada, ma in quei casi –
molto spesso – l’automobile è un mezzo di lavoro, che deve essere
considerata un costo vivo e rientrate quindi nel novero delle spese
per l’attività svolta.
Perché all’automobile si applicano due
distinti sistemi di valutazione, ossia chilometri per l’usura e la
manutenzione del veicolo, e tempo per bollo ed assicurazione? Anche
le revisioni, cicliche ogni due anni dopo i primi 4 anni di vita
dell’auto, non hanno molto senso. Potremmo avere automobili che, al
fatidico quarto anno di vita, sono ancora pressoché nuove, mentre
altre potrebbero avere “sulla schiena” 300.000 chilometri .
Dal punto di vista della sicurezza, notiamo che le attuali norme non
prevedono controlli calcolati sulla percorrenza e, un’auto che ha
percorso
300.000 chilometri
, è oramai poco di più che un rottame.
Se fosse possibile pagare soltanto i chilometri percorsi (e senza le
solite truffe mascherate, come l’installazione del GPS, quando
basterebbe un comune contatore collegato alla rete GSM) ciascuno di
noi potrebbe scegliere più consapevolmente se usare l’auto. Della
serie: vado al bar in bici, e non spendo proprio nulla. Oppure: ma
sì, prendo l’auto, tanto bollo e assicurazione li pago lo stesso…
Tutto ciò, apre degli scenari
interessanti sotto il profilo del risparmio energetico.
Nonostante l’ostracismo delle grandi case automobilistiche, stanno
per arrivare vetture di piccolissima cilindrata, spartane, parche
nei consumi e nel prezzo. Ne è un esempio la piccola TATA “Nano”, di
soli 623 cm3, che raggiunge una velocità massima di
80 Km/h
. L’auto sarà messa in vendita (per ora) solo nel mercato indiano,
poiché ritenuta troppo “spartana” per i mercati europei. 60 anni or
sono, era
la Francia ad
inventare la sua “nana”,
la Citroen 2 CV. Pensata dal direttore generale
della casa francese, Pierre Boulanger, per “portare due contadini
in zoccoli e cinquanta chili di patate a una velocità massima di
60 km/h
e con un consumo di tre litri per 100 chilometri ”, la
popolarissima 2 CV fece epoca.
La caratteristica precipua di queste
auto era (e torna ad essere) quella di dimezzare i consumi, che si
aggirano intorno ai 30 Km per litro.
Se la “Nano” è una vettura per 4-5 persone, un’auto per due sole
persone, con una cilindrata intorno ai 300-400 cm3 ed una
velocità massima inferiore ai
100 Km/h , sarebbe l’optimum per i nostri
mercati: scarso ingombro, contenutissimo costo d’acquisto, consumi
bassissimi.
Cosa impedisce di viaggiare su simili auto, per risparmiare intere
superpetroliere di benzina? Le assicurazioni.
La “Nano” costa, in India, 1.700 euro. Sì, avete capito bene: da noi
non si compra manco uno scooter.
Sarà pure un’auto spartana ma, per recarsi al lavoro oppure al
supermercato, basta ed avanza. Quando non serve? Quando dobbiamo
compiere medie e lunghe percorrenze, per le quali è senz’altro
meglio avere una media cilindrata.
Una media cilindrata è una scatola di
metallo che pesa circa 900 Kg , la quale trasporta
un carico utile (la maggior parte delle auto, circola con il solo
conducente) di
70 Kg .
Facciamo due? Va bene:
140 Kg .
Quel tipo di auto è stata progettata per viaggiare comodamente in
autostrada in cinque persone più
80 Kg di
carico: in quel caso, diventa abbastanza conveniente anche dal punto
di vista energetico. Nella gran maggioranza delle situazioni, non lo
è.
Dal punto di vista energetico, sarebbe conveniente circolare sulle
brevi tratte (urbane ed extraurbane) con automobili come la “Nano”:
oltretutto, costando poco, sarebbero alla portata di quasi tutte le
tasche.
C’è però un problema: se desiderate
mantenere entrambe le vetture, dovrete pagare due assicurazioni (e
due bolli).
Ora, immaginando di pagare 600 euro d’assicurazione per la media
cilindrata e 300 per la piccola, il vostro risparmio sul carburante
va a farsi benedire. C’è però un particolare che viene taciuto:
nessuno che io conosca riesce a guidare due automobili
contemporaneamente.
Se, invece di pagare l’assicurazione basandosi sul tempo – cosa
assai curiosa, visto che l’auto è un bene destinato a spostarsi
nello spazio – misurassimo il “premio” assicurativo in base alla
percorrenza?
In fin dei conti, sarebbe come la ricarica di un qualsiasi
cellulare: pago per 10.000 chilometri e, quando
m’accorgo d’esser giunto a 9.500, faccio una ricarica.
Frodi? Impensabile, poiché basterebbe
un semplice contatore piombato (modello gas o acqua, ma di
modestissime dimensioni) ed una pena severa per chi si scordasse di
“ricaricare” l’assicurazione oppure, peggio, tentasse di manomettere
il congegno. Sei mesi di vera ed irrevocabile sospensione
della patente sarebbero un ottimo deterrente. Un apparecchio
elettronico potrebbe inviare un segnale acustico quando il “credito”
sta per esaurirsi, ed un parallelo segnale sulla rete GSM alla
compagnia assicuratrice.
A quel punto, potremmo usare l’auto a bassissimo consumo per gli usi
comuni, e riservare l’altra per le lunghe percorrenze: ad esempio, 10.000 Km l’anno con la “piccola” e
5.000 con la “grande”. L’altra auto, ferma, non costerebbe nulla.
10.000 Km
, percorsi con un’auto che fa 30 Km con un litro,
corrispondono a
333 litri di benzina che, a 1,40 euro il
litro, sono 466 euro. La stessa percorrenza, con una media
cilindrata, richiederebbe esattamente il doppio, ossia
666 litri e 936 euro di spesa: risparmio, 466
euro l’anno. Ovviamente, se dovessimo pagare due assicurazioni (e
due bolli) tutto ciò non avrebbe senso.
Non è questa la sede per parlare del
mercato dell’automobile, bensì per chiederci se ha senso pagare la
stessa copertura assicurativa se si percorrono tratte diverse. Un
concetto, limpido come l’acqua.
Nel caso indicato, invece, l’auto ferma non costerebbe nulla (se
anche per il bollo si usasse identico metodo) e si pagherebbe solo
il “consumo di sicurezza”, ovvero quando si circola.
Sulla questione del bollo auto, dobbiamo ricordare che fu introdotto
come corrispettivo per la manutenzione della rete viaria: in quel
contesto, aveva un senso. Difatti, se l’auto non circolava e sostava
in un luogo privato, non s’era obbligati a pagarlo. Poi venne la
“riforma”, che lo trasformò in una “tassa sul possesso”: un retaggio
medievale!
Riflettiamo che l’Occidente capitalista ha una ben strana idea
dell’economia: liberismo sfrenato nei confronti dei lavoratori –
prendi quel che ti do e stai zitto, per il tempo che mi servirai e
basta, altrimenti vattene – e gabelle “sul possesso” di stampo
medievale. Tassa sul possesso dell’auto, della moto, della barca,
persino del televisore.
Ci sono, però, delle eccezioni: la
tassa “sul lusso”, voluta dalla Regione Sardegna sugli immobili
d’altissimo valore, è stata recentemente ritenuta incostituzionale,
mentre nessuno ci spiega perché dobbiamo pagare una tassa per avere
in casa un televisore. Perché, se chiederete di non pagare più il
canone, è sul possesso fisico dell’apparecchio che verterà la
discussione, sorvolando sul fatto che potreste voler ricevere solo
Tele Andalusia.
Di questo passo, una tassa sullo schiaccianoci o sul frullino
sarebbe identica cosa, perché un televisore è un bene mobile non
registrato. Le ville di lusso, invece – beni immobili registrati –
non rientrano: parola della Corte Costituzionale.
A fronte di una vera economia liberale – pago per quel che consumo –
in Italia si preferisce tornare alla gabella, di destra e di
sinistra, al “fiorino” per passare sotto le mura del castello.
Non meravigliamoci allora se soluzioni
praticabili per il risparmio energetico non trovano orecchie che
ascoltano: se potessero, tasserebbero anche le lampadine, senza
preoccuparsi se sono a basso consumo.
Tornando alle nostre auto, si potrà obiettare che nelle aree urbane
più automobili aumenterebbe la congestione del traffico, soprattutto
la scarsità di parcheggi: verissimo, ma le aree urbane possono
risolvere i problemi di traffico solo con efficienti e rapidi
servizi pubblici, dal metrò al taxi collettivo.
C’è però l’Italia dei “10.000 campanili”, dove non ci sono problemi
di parcheggio, mentre i mezzi pubblici sono così scarsi e scadenti
che obbligano ad usare l’auto: anche molte medie cittadine possono
avere situazioni simili.
Qual è l’intoppo?
Molto semplice: su quel parco di auto
ferme che osserviamo ogni giorno, la assicurazioni ci campano
allegramente. Non a caso, eminenti dirigenti politici (come il
senatore a vita Merzagora e le Generali) sono stati al vertice dei
gruppi assicurativi: il conflitto d’interessi, non è nato ieri.
Mi rendo conto che la situazione è più complessa (il computo degli
incidenti viene effettuato sull’intero parco auto, ecc) però, sapere
che si paga soltanto se si circola, sarebbe un buon impulso di
“consapevolezza” nell’uso dell’automobile.
In altre parole, sarebbe un intervento non solo economico ed
ambientale (risparmio di carburante), ma un piccolo passo verso la
decrescita, perché indurrebbe una riflessione cosciente: appena giro
la chiavetta, spendo, altrimenti, nulla.
Invece, la pubblicità ci bombarda con
i SUV, le automobili più assurde che possano esistere: inutili,
costose e divoratrici di risorse.
Abito in luoghi dove nevica tanto, sull’Appennino ligure-piemontese,
eppure – in tanti anni – non ho mai avvertito l’esigenza d’avere un
SUV per le intemperie: due gomme antineve, bastano ed avanzano.
Possiamo comprendere chi deve svolgere un servizio di pubblica
utilità (i medici, ad esempio), ma le ASL forniscono, al massimo,
una Panda 4x4!
Cos’è, allora, che non rende possibile il risparmio energetico?
Sono i 3 miliardi di euro che lo Stato incasserà, a breve, dai
dividendi delle azioni ENI ed ENEL in suo possesso: una situazione
nella quale è lo Stato stesso che finisce per essere in un plateale
conflitto d’interessi quando, da un lato, propugna il risparmio
energetico mentre, dall’altro, sarebbe la sua rovina.
C’è da stupirsi, allora, se non
possiamo “ricaricare” l’assicurazione come un cellulare?
Assicurazioni, dividendi delle industrie energetiche, fabbricanti
d’auto e quant’altro, concorrono tutti insieme all’erezione del
mitico PIL, il sancta sanctorum di una civiltà che ha perso
il senso della realtà. Un lingam elettronico, indicato
soltanto dai numeri che scorrono sui monitor.
Oggi costruisco un fabbricato – e il PIL cresce – domani lo
demolisco – e si sommano al PIL i costi di demolizione – infine, si
dovrà bonificare il sito e si spenderanno altri soldi per
ripristinare il prato primigenio.
Risultato pratico: nulla. Risultato per i PILiferi? 3 volte PIL.
Non stupiamoci se simili provvedimenti
non rientrano nelle campagne elettorali dei “venditori di coscette”
(vedi il mio articolo “Coscette e mezzadri”), perché questo sarebbe
vero liberalismo, ossia libertà per il consumatore di scegliere.
Viaggio poco? Pago solo il consumo. Viaggio molto? Scelgo la tariffa
“flat”, ossia l’assicurazione tradizionale. Ci sarebbe un mondo di
situazioni simili da riformare, ma in senso liberale: a favore dei
più, e non dei pochi.
E, allora, vai “Mister Prezzi”! La risposta – a coloro che ci
vogliono ammansire con nuove “liberalizzazioni” e fantasmagoriche
promesse – può essere soltanto il classico “Vota Antonio La Trippa ”. Con i fagioli.
P.S. Non sarebbe male, per le prossime
elezioni, lanciare una campagna per il “Vota Antonio”. Tanto per far
capire loro il bassissimo indice di gradimento che hanno raggiunto.
Carlo Bertani
articoli@carlobertani.it
www.carlobertani.it
http://carlobertani.blogspot.com/
Carlo Bertani, autore dei libri:
- "Al
Qaeda: chi è, da dove viene e dove và"
- "Europa
svegliati, prima che l'Impero americano ci schiacci"
- "Ladri
di organi" |