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Mentre la
politica estera sta rubando la scena ad altri argomenti della
campagna elettorale, a causa della nota vicenda delle vignette e
dell’ex ministro Calderoli, ci scordiamo del principale problema che
ci investirà nei prossimi lustri: non il terrorismo, bensì
l’energia. Negli ultimi trent’anni il terrorismo ha fatto 24.000
vittime, mentre le catastrofi naturali ne fanno 240.000 in media l’anno.
Se la classe politica è latitante, il dovere degli elettori è quello
di richiamarla alle sue responsabilità: non basta affermare che a
pagina tale di un programma o di un contratto elettorale c’è scritto
qualcosa sull’energia, bisogna parlarne con la popolazione e
spiegare nel dettaglio cosa s’intende fare.
Troppo difficile? Probabilmente sì, giacché qui si tratterebbe
d’affrontare problemi veri, mica aria fritta sulla quale filosofare
per anni. Ricordiamo che – per far fronte alla carenza di gas dovuta
ad un inverno più freddo del solito ed al “terrorismo” energetico
messo in atto dall’Ucraina, che si è messa a spillare il gas
destinato ad altri – stiamo dando fondo alle riserve strategiche.
Finiti i soldi, viviamo con quello che rimane sul conto in banca: se
il generale inverno non se ne andrà rapidamente, saremo alla
bancarotta energetica.
Di chi la colpa?
Qui non si possono accampare scuse, giacché i piani energetici li
stabiliscono i governi, ed in Italia si è sempre preferito
affrontare il problema credendo nell’eterno “stellone” italiano che
tutto protegge e sistema. Quando ci ritroveremo al freddo, andremo a
scaldarci nei pressi dello “stellone”?
Il questione energetica è un problema mondiale, ma per l’Italia lo è
ancor di più per l’immobilismo della classe politica. Bisogna però
essere precisi: il prezzo del petrolio – durante gli anni ’90 –
oscillò fra i 10 ed i 20 dollari il barile, mentre dopo il 2000
iniziò l’inarrestabile corsa che lo ha condotto a viaggiare oggi fra
i 60 ed i 70.
L’aumento è stato, dagli 11 dollari del 1998 agli attuali 70, del
636% circa e – considerando nell’aumento un deprezzamento del
dollaro di circa il 35% – rimane pur sempre un aumento reale del
413% in otto anni, il che significa che il prezzo del greggio è
aumentato ad un ritmo superiore al 50% l’anno.
Simili dati –
anche se in qualche modo approssimativi per le molte variabili da
considerare (qualità del greggio, valore reale del dollaro, ecc) –
indicano profondi mutamenti, non tanto per le cifre assolute, bensì
per l’ordine di grandezza degli aumenti (a due cifre) e per la
conseguente rapidità dei cambiamenti.
Le ragioni sono note: l’aumento della richiesta di petrolio della
Cina – il 14% in più considerando solo quello dal 2003 al 2004 –
indica che l’accensione della “caldaia” orientale ha sconvolto
l’equilibrio del mercato.
In concomitanza, le riserve accertate di greggio hanno iniziato a
scendere mentre erano sempre salite: in altre parole, la scoperta di
nuovi giacimenti non riesce a “tenere il passo” con l’aumento dei
consumi. Anche qui – come nell’esempio italiano del gas – stiamo già
vivendo “prelevando” dal conto bancario.
Se il male
italiano è antico, non si può ignorare che gli ultimi cinque anni
hanno mostrato non più la punta dell’iceberg, ma l’intera massa di
ghiaccio e quindi le responsabilità di chi ha governato nel recente
quinquennio (e non ha fatto praticamente niente) sono sensibilmente
più gravi.
Personaggi come Marzano e Scajola si sono distinti per il loro
completo disinteresse al problema, giungendo – infine – ad
individuare nella scelta nucleare l’unica soluzione. Sorvolando sul
fatto che le agenzie internazionali (IEA) indicano la consistenza
delle riserve d’Uranio in un intervallo di 50-70 anni – agli
attuali ritmi di consumo, e che per riportare in Italia
l’industria elettronucleare ci vorrebbero decenni – rimane pur
sempre una chiara scelta effettuata dal popolo italiano nel 1987 con
un referendum, quella di non procedere su quella strada. Si potrà
obiettare che le centrali francesi sono a poca distanza dai confini
italiani, ma non dimentichiamo che le centrali d’oltralpe godono di
un regime delle acque fluviali ben diverso dal nostro.
Durante l’estate
del 2003, le centrali termoelettriche sul Po non ricevevano
sufficiente acqua per il raffreddamento dei condensatori: cosa fece
il governo? Rialzò de iure – con un provvedimento d’urgenza –
la temperatura che le acque potevano avere all’uscita dalle centrali
(mostrando così una profonda insensibilità ambientale). Cosa
succederebbe se il problema si presentasse per le centrali nucleari?
Dovremmo osservare acqua bollente che scende nel Po per non far
esplodere le centrali?
Francamente, mi sembra che queste scelte mostrino molto
dilettantismo nell’affrontare i problemi, e forse sarebbe meglio
chiedere nuovamente agli elettori come ritengono che si possa
risolvere il problema, indicando – per ogni fonte – benefici e
rischi, dopo aver dibattuto il problema seriamente ed aver
presentato tutte le scelte possibili.
Da dove iniziare?
Nel 2000 l’UE1 stabilì per i paesi
membri dei precisi traguardi da raggiungere in campo energetico:
l’obiettivo era la generazione del 12% dell’energia con fonti
rinnovabili (compreso l’idroelettrico), in particolare il 22%
dell’energia elettrica2
entro il 2010. Qualcuno ha sentito un solo dibattito sull’argomento?
No, e ad ogni diminuzione del flusso di gas proveniente dalla Russia
compare il viso di Scajola che semplicemente afferma «Tutto è sotto
controllo». Fin quando non mancherà la corrente e nessuno potrà più
rassicurarci dalla TV.
Se dovessimo chiedere agli elettori – molti dei quali non conoscono
approfonditamente il problema – come potremmo porre la questione per
ottenere delle risposte che sarebbero la vera volontà degli
italiani, ciò che essi veramente desiderano per il futuro energetico
del paese? Proviamo?
Quantificazione
del problema
Il
primo problema da risolvere è stabilire qual è il fabbisogno
d’energia: va da sé che le fonti sono diverse, ma l’energia
consumata viene espressa in MTEP, ossia in Milioni di Tonnellate di
Petrolio Equivalenti. Si tratta di un metodo accettato per comodità:
tutta l’energia viene espressa in petrolio, anche se proviene in
realtà da carbone, Uranio, idroelettrico, ecc.
Il fabbisogno annuo italiano si aggira intorno a 190 MTEP: circa il
2% del fabbisogno mondiale. Ciò significa che – per soddisfare le
direttive europee – dovremmo produrre con le energie rinnovabili
circa 23 MTEP d’energia.
L’energia eolica
Potremmo definire l’eolico il sistema di produzione energetica più
consono per superare l’emergenza. Non il nucleare o il risparmio
energetico, non il solare o l’idroelettrico: per l’emergenza
l’eolico e basta. Ci sono molti fattori positivi per indicare negli
aerogeneratori una fonte sicura ed affidabile: basso costo di
produzione, tecnologia matura, rapidi tempi d’attuazione, nessuna
controindicazione ambientale (salvo il cosiddetto “inquinamento
paesaggistico”). Il costo di un KW prodotto con l’eolico è di circa
3-4 centesimi di euro, contro i 4,5 del carbone, il più economico
dei fossili, ma senza tener conto dei costi ambientali del carbone.
Un unico neo: nulla, nell’eolico, parla italiano.
Il piano che il governo di centro-destra non è riuscito nemmeno ad
avviare prevedeva l’installazione di 13.000 aerogeneratori sul
territorio, mentre non è stato fatto praticamente nulla. La ragione?
La stessa che ha condotto allo scontro sulla TAV: la convinzione che
il Governo decide e la popolazione ubbidisce. A ben vedere, questo è
stato il tragico limite di Scajola, Marzano, Matteoli e Lunardi:
puntare su un dirigismo esasperato senza coinvolgere la gente, le
popolazioni, gli Enti Locali.
La rivolta
“paesaggistica” contro gli aerogeneratori – abilmente sfruttata
dalla lobby petrolifera e nucleare – è nata proprio dall’assenza di
dialogo, dalla protervia del voler imporre senza accordarsi su
nulla.
Nessuno ha intenzione d’installare aerogeneratori nelle aree
archeologiche, nei parchi naturali o laddove vi siano località che
puntano sul paesaggio per l’offerta turistica ma – vivaddio –
l’Italia è grande.
Paradossalmente, il ritardo potrebbe trasformarsi in un vantaggio
insperato: negli ultimi anni, la tecnologia eolica ha fatto altri
passi in avanti, soprattutto per rendere silenziosi i rotori, per
ottimizzare le pale a diversi regimi del vento mentre, da ultimo, la
potenza specifica per singolo aerogeneratore è cresciuta
enormemente, passando da meno di un MW a 4,5 MW.
La nuova frontiera dell’eolico ha un nome: off-shore.
L’installazione d’aerogeneratori in mare, su bassi fondali, ha il
vantaggio di non occupare spazio a terra e di sfruttare venti più
costanti: l’Italia non gode certo delle favorevoli condizioni di
vento e di fondali del mare del Nord, ma parecchie aree marine
potrebbero essere adibite allo scopo.
In definitiva, se
riuscissimo ad installare 15.000 aerogeneratori sul territorio – con
una potenza media di 3 MW per macchina – avremmo una potenza massima
installata pari a 45.000 MW. Ciò non significa che potremmo sempre
ricavare 45.000 MW, giacché il vento varia spesso d’intensità.
La fase di studio per l’impianto di un campo d’aerogeneratori dura
un anno, periodo nel quale – grazie agli anemometri – viene
registrato il flusso del vento in una determinata area: solo dopo
aver ponderato i dati sperimentali si procede oppure no
all’installazione delle macchine.
Ebbene, per l’Italia, si valuta che in media un aerogeneratore
fornisca la potenza massima per un periodo pari a 1.051 ore l’anno
di vento costante. Con una potenza installata di 45.000 MW,
s’otterrebbero complessivamente 47.295.000 MW, che corrispondono a
1,7 MTEP, vale a dire circa l’1% del fabbisogno. Non è molto, ma
rappresenta pur sempre il carico di 4 superpetroliere ed il 9% di
quanto l’UE ci chiede di fare: inoltre, riflettiamo che quel “
15.000” – che sembra un numero immenso –
significa soltanto installare in media 150 aerogeneratori in ogni
provincia, ossia 7-8 centrali eoliche con 20 mulini ciascuna. E
quelli che potremmo installare in mare?
Il solare
Che
l’Italia sia il paese del sole è noto: più difficile capire perché
la superficie di pannelli fotovoltaici per la produzione d’energia
elettrica sia sensibilmente inferiore rispetto a quella dei paesi
centro-europei, come la Germania o l’Austria.
La risposta incrocia i destini dell’industria italiana: le aziende
europee che producono pannelli fotovoltaici sono principalmente due
– Siemens e Wuerth – e sono entrambe in Germania (anche se Shell ha
acquistato recentemente Siemens). Si può comprendere che – laddove
altri aspetti industriali (ricerca, occupazione, ecc) influiscano
sulle scelte – è maggiore l’attenzione dei governi. In altre parole,
la Germania
ritiene strategico continuare nella ricerca sul solare fotovoltaico,
e per questa ragione catalizza mediante incentivi la generazione
d’energia con quel metodo.
Attualmente, in Italia stiamo attuando un piano che condurrà
all’installazione di una potenza massima di 300 MW con pannelli
fotovoltaici: 300 MW, rispetto ad una richiesta massima della rete
elettrica di 51.400 MW (giugno 2005), è una quantità poco
significativa.
La produzione con questo metodo sconta – per ora – alti costi:
produrre un KW con i pannelli fotovoltaici costa circa 14-18
centesimi di euro, contro i 7 del petrolio e del metano, i 6 del
nucleare e gli 8 dell’idroelettrico.
La Germania
fa bene a
continuare su quella strada, giacché man mano che la ricerca avanza
aumenta il rendimento dei pannelli (passato dal 10% di pochi anni fa
al 14%, mentre le celle utilizzate nello spazio hanno già oggi un
rendimento del 35%), mentre per l’Italia potremmo tratteggiare altri
scenari.
La vera “bestemmia” delle scelte energetiche del governo di
centro-destra è stata quella di non valorizzare l’idea proposta da
Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica.
Rubbia partì da una semplice constatazione: un metro quadrato di
specchi costa enormemente di meno rispetto ad un metro quadrato di
pannelli fotovoltaici. Da questa idea primigenia, sviluppò una nuova
tecnologia alla quale diede il nome di “solare termodinamico”. Di
cosa si tratta?
Una superficie viene ricoperta di specchi che possono ruotare sugli
assi per seguire il moto apparente del sole: un sistema informatico
gestisce autonomamente il processo. I raggi solari sono convogliati
verso una caldaia dove non c’è acqua bensì una miscela di sali fusi:
da qui in avanti il processo è simile al processo termoelettrico,
ossia il vapore creato muove una turbina che genera energia
elettrica.
Ciò che sorprende
è la semplicità del sistema: siccome la radiazione solare media è di
circa 1.000 W/m2, il rendimento termodinamico è
altissimo. La quantificazione espressa dallo stesso Rubbia chiarisce
ancor di più la convenienza del sistema termodinamico:
"Come esperimento pilota i 20 megawatt aggiunti dalle tecnologie
solari alla centrale di Priolo non sono da buttar via: bastano a una
città di 20 mila abitanti, consentono di risparmiare 12.500
tonnellate equivalenti di petrolio l'anno ed evitano l'emissione di
40 mila tonnellate l'anno d’anidride carbonica. Il bello è che
questo tipo di energia è conveniente: ai prezzi attuali, l'impianto
si ripaga in 6 anni e ne dura 30. Oltretutto, una volta avviata la
produzione di massa, i prezzi di costruzione tenderanno al
dimezzamento".
"Oggi, cioè in fase preindustriale, il costo complessivo
dell'impianto oscilla tra i 100 e i 150 euro a metro quadrato. E da
un metro quadrato si ricava ogni anno un'energia equivalente a
quella di un barile di petrolio. Il che vuol dire che utilizzando
un'area desertica o semidesertica di dieci chilometri quadrati si
ottengono mille megawatt: la stessa energia che si ricava da un
impianto nucleare o a combustibili fossili, ma con costi inferiori e
con una lunga serie di problemi in meno".
Il ragionamento è
semplice e lineare: da ogni m2 di specchi – in un anno –
si ricaverebbe l’equivalente in energia di un barile di petrolio.
Siccome 7 barili circa sono pari ad una tonnellata, con
7 m2 s’otterrebbe una TEP: con
70.000 m2
(7 Km2) 10.000 TEP, con 7.000.000 di m2 (un
quadrato con il lato di 2650 metri ) 1 MTEP,
ossia lo 0,5% del fabbisogno nazionale. Per soddisfare l’intero
fabbisogno nazionale sarebbe sufficiente una superficie pari ad un
quadrato con il lato di circa 40Km!
Dopo aver realizzato un piccolo impianto pilota presso Priolo, in
Sicilia, scoppiarono tanti e tali problemi che Rubbia dovette
lasciare la presidenza dell’ENEA e migrare in Spagna, dove sta
realizzando il suo progetto.
Sembra una storia di fantascienza: abbiamo un genio, un premio Nobel
che indica una strada per risolvere il problema energetico, lo
dimostra con un impianto sperimentale e l’Italia cosa fa? Gli dà un
bel calcio nel sedere. D’altro canto, il Nobel per la letteratura
Dario Fo fu definito da Berlusconi “un guitto”, mentre chi – in un
dopoguerra nel quale l’Italia era un paese distrutto – riuscì a
creare l’ENI, ossia Enrico Mattei, finì assassinato e la verità
saltò fuori dopo 40 anni.
La prima cosa che il futuro governo dovrebbe fare sarebbe senz’altro
chiedere a Rubbia di tornare e di riavviare il progetto – anche a
costo di chiederlo in ginocchio – perché non a caso ho definito la
vicenda “una bestemmia” e simili peccati prevedono il pentimento.
La ricerca
Sentiamo spesso affermare che si devono aumentare gli investimenti
nella ricerca: in campo energetico, dove investire cercando nuovi
settori dove altri non siano già troppo avanti?
Un settore dove s’inizia a sperimentare è quello delle correnti
sottomarine: flussi d’acqua enormi che scorrono a bassa velocità; si
tratta dell’esatto opposto dell’eolico, laddove il fluido (l’aria)
ha bassa densità ed alta velocità.
I norvegesi e gli inglesi hanno condotto alcuni esperimenti,
affondando semplicemente in acqua degli aerogeneratori modificati
per resistere alla corrosione, ma è del tutto evidente che una pala
di derivazione aeronautica non è certo adatta allo scopo: difatti,
le eliche navali sono sensibilmente diverse da quelle aeronautiche.
Ebbene, in Italia avremmo tutte le competenze necessarie per entrare
dalla porta principale in questo nuovo settore: aziende come
Ansaldo, OTO Melara, Italcantieri, FIAT ed altre ancora lavorano da
decenni in campo navale e nella progettazione e costruzione di
grandi impianti.
Le differenze
rispetto all’eolico sono molte: ad esempio, le correnti sottomarine
sono quasi costanti e quindi la potenza massima installata
corrisponde a quella effettivamente ricavata. Se una turbina eolica
di un KW produce in media per 1051 ore l’anno, ossia genera 1.051 KW,
una turbina Kaplan che sfrutta una corrente sottomarina produce per
8760 ore l’anno, ossia 8760 KW: otto volte tanto!
Riflettiamo sulle enormi masse d’acqua che si muovono a velocità
costante nei mari: a parte lo Stretto di Messina e le Bocche di
Bonifacio, perché non sfruttare l’enorme massa d’acqua che si
precipita nel Mediterraneo dall’Atlantico attraverso lo stretto di
Gibilterra, a causa della differente evaporazione?
Le tecnologie di base per sviluppare il settore provengono quasi
tutte dal settore navale, e si tratta di un know-how noto: si
tratterebbe semplicemente di realizzare un impianto pilota e di
verificare nella pratica gli inconvenienti e valutare i costi.
Dovremmo, sostanzialmente, sistemare grandi eliche di tipo navale su
piattaforme affondabili, dopodichè le turbine ruoterebbero in fondo
al mare senza creare il minimo intralcio alla navigazione né
invadere il territorio. Qualche intralcio potrebbe averlo la pesca
ma, combinando le aree per lo sfruttamento energetico al necessario
ripopolamento ittico, forse ne ricaveremmo addirittura dei vantaggi.
E’ troppo chiedere la realizzazione di un impianto sperimentale?
Un secondo
settore nel quale investire è quello dello sfruttamento delle
caldere dei vulcani a magna basico, in Italia l’Etna. Cose folli?
No, sono ritenute folli perché i media italiani sono asserviti alle
lobby dell’energia e non ci raccontano ciò che altri stanno
sviluppando.
Qui non si tratta di sfruttare i cosiddetti “letti caldi”, ossia
polle o flussi d’acqua calda sotterranea d’origine vulcanica, bensì
d’andare a prelevare l’energia proprio nei pressi del vulcano.
Durante l’eruzione del 1991-92 l’Etna eruttò una quantità di lava
che – tradotta in termini energetici – corrisponde a circa 12 MTEP,
ossia il 6% del fabbisogno nazionale. E’ possibile “prelevare”
energia dai vulcani?
Mentre lo sfruttamento dei “letti caldi” avviene oramai normalmente
– dalla Kamchatka alle Filippine, dalla Turchia al Messico ed a
Larderello – in altre aree s’iniziano a sfruttare le caldere dei
vulcani in attività: è il caso del Kilauea nelle Hawaii, del Dieng
nell’isola di Giava, del Ghoubet–Al–Kharab a Gibuti ed in varie zone
attive in Giappone.
Sotto l’aspetto tecnologico, di cosa si tratta? Le rocce che
circondano la caldera di un vulcano raggiungono temperature
superiori ai 500 gradi centigradi: si tratta soltanto di scavare
pozzi alla base del vulcano in un versante non soggetto ad eruzioni
(ad. es. quello occidentale dell’Etna), installarvi delle tubazioni
per immettere acqua e ricavare vapore ad alta temperatura per far
ruotare le turbine.
E’ troppo
chiedere all’ENI – che ha trivellato mezzo mondo – di scavare un
pozzo sperimentale per verificare quanta energia si può ricavare dal
vulcano? Se le risultanze fossero positive, unendo la
professionalità italiana nel campo delle trivellazioni (anche
off-shore) alle competenze della grande industria meccanica
nazionale, ci troveremmo ad essere la “punta di lancia” di una nuova
tecnologia energetica.
Un terzo settore nel quale la ricerca potrebbe fornirci altre
possibilità è quello dei fluidi a basso punto d’ebollizione: perché?
I nuovi “vampiri” energetici sono i climatizzatori, che nella
stagione estiva mettono oramai a dura prova la rete elettrica
italiana, con sempre maggiori richieste.
Domandiamoci: cos’è, in sintesi, un climatizzatore? Una macchina che
produce aria fresca sottraendo calore ad un fluido per convogliarlo
verso un altro. Difatti, all’aria fresca che viene irradiata negli
ambienti corrisponde un flusso molto caldo che viene disperso
all’esterno. Questo secondo flusso, essendo molto caldo, è carico
d’energia termica che oggi va quasi sempre sprecata.
Negli ospedali od
in alcune attività dove ci sono alti consumi d’acqua calda si può
recuperare l’energia per riscaldare dell’acqua, ma negli uffici e
nelle banche l’energia viene semplicemente sperperata.
Sarebbe possibile recuperare quei flussi d’energia (aria a 60-70
gradi) per riscaldare dei fluidi con basso punto d’ebollizione che
circolano in un circuito sigillato. Il fluido viene riscaldato
dall’aria calda, evapora e fa ruotare una turbina per poi riprendere
il ciclo. Il problema non ancora risolto riguarda il fluido: gli
unici composti chimici che sono in grado di soddisfare questi
requisiti sono i cosiddetti CFC (Fluoro Cloro Carburi) che sono
responsabili della riduzione dell’Ozono atmosferico, il fenomeno del
“buco nell’Ozono”.
Se la ricerca fosse in grado di produrre un composto con basso punto
d’ebollizione, costi accettabili e non inquinante, sarebbe possibile
associare dei moduli per il recupero dell’energia ai grandi impianti
centralizzati di climatizzazione: un altro campo dove la ricerca
potrebbe fornire un prodotto innovativo che condurrebbe, in
definitiva, al tanto osannato risparmio energetico.
Come risparmiare?
Che in
un paese soleggiato come l’Italia, d’estate si tengano in funzione
gli impianti di riscaldamento per scaldare dell’acqua è una
colossale asinata, quando tutti sappiamo che basta esporre al sole
un recipiente dipinto di nero per ottenere tonnellate d’acqua calda.
In Italia il consumo medio d’energia per acqua sanitaria è di circa
1.500 Kcal giornaliere pro capite, e la conversione dei comuni
boiler con sistemi solari condurrebbe ad un risparmio dell’82%,
perché bisogna considerare – seppur la fonte solare non sia sempre
disponibile (e quindi deve essere integrata con l’elettricità) – le
perdite d’energia dovute alla produzione, alla trasformazione ed al
trasporto dell’energia fino al consumo3.
In definitiva, per la sola acqua calda, consumiamo 3,3 MTEP
d’energia – l’1,7% del consumo totale – e con la conversione al
solare potremmo risparmiare un ulteriore 1,5%.
Da qualche anno
si sente parlare d’utilizzare le biomasse come fonte d’energia. Di
che cosa si tratta? Sono biomasse gli scarti di produzione di molti
settori (industria del legno, agricoltura, imballaggi, ecc), ovvero
tutto ciò che può essere bruciato.
L’immenso patrimonio boschivo italiano è in gran parte abbandonato,
giacché poche aree del paese si prestano per la produzione di
legname pregiato. Soprattutto nelle zone prealpine, sono state
installate le prime centrali che utilizzano il legno per riscaldare
le abitazioni e, in qualche caso, per produrre energia elettrica.
Gli sviluppi sono promettenti, e le analisi effettuate stimano che
circa 5,5 milioni d’italiani (circa il 10% della popolazione)
potrebbero usufruire di una fonte energetica per il riscaldamento
che non prevede acquisti dall’estero: in altre parole, lo
sfruttamento dei boschi cedui condurrebbe a “deviare” consistenti
flussi di denaro dal settore petrolifero (estero) verso la
produzione nazionale, con benefici che ricadrebbero sulla ricchezza
e sull’occupazione delle popolazioni locali.
Ci sono innumerevoli esempi di risparmio energetico, ottenibile da
criteri più moderni nella costruzione delle abitazioni,
dall’utilizzo d’elettrodomestici a basso consumo, ecc.
Un solo esempio:
in Italia, nel periodo natalizio le scuole sono chiuse, ma solo per
studenti ed insegnanti. Il personale di segreteria ed i bidelli si
recano ugualmente al lavoro in delle scuole vuote: la ragione? La
scuola deve consegnare certificati anche nel periodo natalizio a chi
ne facesse richiesta: immaginiamo quante persone si recano nelle
scuole per chiedere certificati in quel periodo festivo.
Ebbene, quei “certificati” costano ogni anno circa 250-350 milioni
di euro, giacché vengono riscaldate anche aule e laboratori – come
se la scuola fosse in funzione – poiché non è possibile “frazionare”
gli impianti. Se consideriamo anche le vacanze pasquali (dove al
Nord si riscaldano ancora gli ambienti) e le eventuali settimane di
“stop didattico”, la cifra è probabilmente ancora superiore.
Dobbiamo proprio gettare al vento centinaia di milioni di euro per
scaldare delle scuole vuote? Non sarebbe meglio chiuderle e
mantenere la sola funzione “anti-ghiaccio” degli impianti?
Il vero “buco
nero” dello spreco energetico è però il settore dei trasporti, che
consuma da solo circa un terzo dell’energia totale, circa 60 MTEP.
Perché qui si dovrebbe intervenire e ci sarebbero enormi risparmi?
Ancora una volta è l’UE ad indicare la strada, per chi desidera
seguirla:
“in termini di efficienza energetica, un chilo di petrolio permette
di spostare di un chilometro 50 tonnellate su strada, 97 tonnellate
per ferrovia e 127 tonnellate per via navigabile4”.
In altre parole, sono necessari
1000 kg di petrolio per spostare 50 tonnellate
di merci su una tratta di
1000 chilometri , che scendono a 515 Kg per la ferrovia e si
riducono ulteriormente a
394 Kg per il mezzo navale.
Se consideriamo che il 50% della domanda di trasporto in Italia
avviene nella valle padana, non si comprende perché – invece di
pensare a faraonici ponti – non si torni alle origini, ovvero ad
utilizzare il fiume per la navigazione commerciale come avvenne per
secoli.
Ripristinare la
navigazione fluviale sul Po da Casale Monferrato alla foce
richiederebbe un esborso di circa 500 milioni di euro5
(non miliardi), e permetterebbe di “saldare” le aree interne
alla navigazione di cabotaggio costiero (anch’essa finita nel
dimenticatoio del Bel Paese).
La ferrovia sarebbe il necessario collegamento fra le aree non
toccate dalle vie marittime e fluviali, e si potrebbero ipotizzare
risparmi energetici veramente cospicui: forse un quinto od un quarto
di quelle 60 MTEP sarebbero risparmiate. In Italia, il trasporto su
gomma incide sui prezzi per un buon 2% in più rispetto alla Germania
(che ha 7.000 chilometri di canali navigabili) ed
inoltre comporta interventi senza fine sulla rete autostradale per
adattarla ai ritmi sempre crescenti dei flussi di traffico.
Un articolo può contenere l’intero dibattito sull’energia?
Evidentemente no, e quelle che ho raccolto sono solo alcune idee che
andrebbero raffinate e sviluppate, consci che di tempo per porre
rimedio ad un approccio scellerato al problema non ne rimane molto:
in questi mesi abbiamo rischiato veramente di rimanere “a secco”
d’energia per la nota vicenda del metano russo.
Per l’ultima volta cerchiamo (per chi riterrà opportuno farlo) di
sensibilizzare la classe politica affinché affronti con chiarezza
e pubblicamente il problema, lasciandoci alle spalle le diatribe
del passato e guardando al futuro. Non farlo, potrebbe già oggi
essere troppo tardi.
Carlo Bertani
bertani137@libero.it
http://www.carlobertani.it/
http://carlobertani.blogspot.com/
[1]
Libro Verde adottato dalla
Commissione europea il 29 novembre 2000 [COM(2000) 769 def].
[2]
«Raddoppiare la loro quota dal 6 al 12 % nel bilancio energetico e
passare dal 14 al 22 % nella produzione di elettricità è un
obiettivo che va raggiunto entro il 2010.» Libro Verde op. cit.
[3]
Fonte: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio.
[4]
Fonte: UE, Libro Bianco: la politica europea dei trasporti fino
al 2010: il momento delle scelte.
[5]
Nel 2000 fu stimato in circa 400 miliardi di lire (circa 210 milioni
di euro) l’investimento necessario per rendere navigabile il Po fino
a Cremona con collegamento fino a Milano. Fonte: consorzio
Navigare sul Po. |