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Tanto per
iniziare sappiate che non possiamo chiamarle energie alternative, ma
caso mai derivative, in quanto non rappresentano assolutamente una
alternativa, quanto piuttosto una fonte di energia che deriva
anch’essa da un diverso utilizzo del petrolio.
Se qualcuno pensa di poter avere i pannelli fotovoltaici senza poter
disporre di greggio in abbondanza ed a buon mercato, è il caso che
si sintonizzi su Italia Uno per guardare i provini del Grande
Fratello.
Per spiegare a tutti la reale portata dell’impatto delle energie
derivative mi è necessario soffermarmi sulla evoluzione storica
della civiltà umana: non vi preoccupate cercherò di essere il meno
noioso possibile.
Come si è
arrivati al petrolio ? Semplice: da un progressivo processo di
sostituzione di una risorsa con un’altra a causa dell’esaurimento
della prima e del lievitare del suo costo di approvvigionamento.
Così è successo quando si passò dal legno al carbone. Inizialmente
il legno era disponibile in quantità impensabili, era abbondante ed
a buon mercato: basti pensare che la copertura forestale in Europa
agli inizi del 1600 era quasi del 90 %. La necessità di avere
terreni da coltivare unita alla richiesta di legna per il
riscaldamento provocò un lento e progressivo disboscamento in tutta
Europa. Quando anche la legna cominciò a diventare molto costosa (a
causa della sua diminuita abbondanza), venne individuato il carbone
come un interessante sostituto: interessante perché vista
l’abbondanza iniziale era decisamente poco costoso.
Il carbone era
conosciuto sin dai tempi dell’impero romano, ma non veniva
utilizzato perché sporcava sia quando bruciava e sia quando veniva
trasportato: per questo motivo si preferiva la legna molto più
rassicurante per gli usi casalinghi.
All’inizio del diciassettesimo secolo il carbone diventa il vero e
proprio componente energetico volano di un primo gradiente
evolutivo: la nascita della civiltà industriale.
Il carbone trova ottima applicazione anche nel funzionamento delle
prime macchine a vapore che rappresenteranno la chiave di svolta
per la trasformazione delle società da economia rurale a economia di
mercato. Il successivo passo ci porta allo svuotamento delle
campagne: milioni di contadini in tutta Europa abbandonano la
coltivazione della terra (lavoro molto pesante, ma al tempo stesso
molto salutare e gratificante) per spostarsi nei grandi sobborghi
industriali per lavorare come operai. Il capitalismo nasce e si
evolve grazie ad una risorsa energetica allora abbondante ed a buon
mercato: il carbone.
L’industria
tessile per prima si fa portavoce di questo sensazionale mutamento:
non si vive più per lavorare, ma si lavora per vivere. Le grandi
metropoli iniziano a trasformarsi, sia dal punto di vista urbano che
dal punto di vista socioeconomico: nascono i primi quartieri ghetti
e nasce la lotta di classe.
Il carbone consente di riscaldare le abitazioni (un tempo sempre
molto fredde), consente di far funzionare fucine e macchine a vapore
per tenere in movimento telai, motori e rotative.
L’uomo non si alza più quando canta il gallo all’alba, ma con la
sirena delle fabbriche che lo sveglia per ricordagli che tra poco
inizia il turno di lavoro.
Si è abbandonato una vita incontaminata a stretto contatto con la
natura, per scegliere di passare la propria vita dentro uno
stabilimento industriale, al buio, in mezzo alla confusione di
macchine e rumori di ogni sorta. Già allora, città come Londra
apparivano all’occhio del viandante forestiero, città invivibili,
corrotte dai costumi, dall’alcol, dalla prostituzione e
dall’inquinamento.
Nel frattempo i
giacimenti di carbone smettono di essere convenienti in quanto il
carbone in superficie si era esaurito ed era necessario iniziare ad
estrarlo: nascono le prime miniere di carbone.
La risorsa energetica che ha consentito quanto abbiamo esposto
finora comincia tuttavia a diventare costosa: qualcuno in America si
accorge che si può ottenere altrettanta energia dalla sfruttamento
di un liquido nero, che sembra carbone liquefatto. Inizia l’era del
petrolio.
In un primo tempo viene utilizzato per illuminare le strade nelle
grandi città metropolitane. Alla fine del 1800 in città come
Francoforte, Parigi e Londra vi erano milioni di cavalli che
venivano utilizzati per trascinare carrozze, diligenze, carri merci
e via così. Mantenere un cavallo era costoso, pochi se lo potevano
permettere, inoltre ognicavallo sporcava abbondantemente con le sue
naturali deiezioni. Qualche decina di migliaia di cavalli in città
come New York o Londra possono creare un vero e proprio problema per
l’igiene e la salute pubblica.
Si intuisce
l’importanza di poter spostare uomini e merci velocemente ed a costi
ragionevoli: dal petrolio nascono moltissimi derivati, gli
idrocarburi ed i composti sintetici.
Nasce l’era dell’industria per eccellenza, quella dell’automobile ed
al suo fianco quella della petrolchimica: vengono inventati
materiali assolutamente rivoluzionari, poco costosi ed
indistruttibili, come il nylon. Siamo nella seconda metà del secolo
appena passato.
L’era della petrolchimica apre le porte ad una seconda rivoluzione
industriale: quella dei personal computer che consentiranno in meno
di vent’anni di sostituire l’uomo in molteplici mansioni di routine.
Ma il contributo maggiore che ha dato il petrolio all’evoluzione
umana non lo troviamo nell’industria automobilistica, quanto in
quella agroalimentare.
Tanto per iniziare in meno di 100 anni la fertilità e produttività
dei terreni è spaventosamente aumentata di circa il 5 % all’anno,
proprio di pari passo all’aumento dell’offerta petrolifera.
Per farvi un esempio lampante un secolo fa, da un ettaro coltivato a
mais si ottenevano circa 20 quintali per ettaro, oggi si arriva ad
oltre 120 quintali (stranamente nello stesso tempo la popolazione
umana è passata da un milardo agli oltre sei attuali) !
Questo strepitoso
aumento di disponibilità alimentare al pari della superficie
coltivata è stato possibile solo grazie al greggio ed a tutte le sue
invenzioni collegate: i trattori, le mietitrebbiatrici, le pompe di
irrigazione, i fertilizzanti sintetici ed i pesticidi, che per
quanto possano essere denigrati, hanno consentito di soddisfare il
fabbisogno alimentare della civiltà umana, man mano che questa
cresceva esponenzialmente.
E perché cresceva così tanto la popolazione mondiale ? Per diretta
conseguenza del cambiamento di vita sia alimentare che salutare: in
quanto abbiamo avuto la possibilità di nutrirci con una varietà e
ricchezza ed abbondanza alimentare che nessun’altra generazione
prima di noi ha potuto avere. Questo ha consentito all’organismo di
essere più forte contro gli attacchi esterni e di procreare con una
progressione esponenziale impensabile fino a qualche secolo fa.
Grazie al petrolio abbiamo potuto avere le coltivazioni intensive
che a cascata alimentano gli allevamenti intensivi di bestiame
(bovini, suini ed ovini). Pensate a quante volte mangiate carne
durante il giorno: fino a 70 anni fa la carne si mangiava una volta
ogni 15 giorni, in occasioni di feste e ricorrenze popolari.
Senza greggio
questa catena alimentare (artificialmente sovralimentata) non
potrebbe continuare a sostenersi, in quanto non potremmo avere
raccolti abbondanti per alimentare la crescita, l’ingrasso ed il
riciclo degli animali di allevamento.
Non dimentichiamo inoltre il prolungamento della vita media
provocato dalla capillare diffusione e produzione di farmaci da
banco (pensiamo solo alla volgare aspirina o al paracetamolo).
Capite quindi da questo sintetico excursus storico come sia
assolutamente fuori luogo pensare di poter sostituire una risorsa
che ci ha trasformato e ha trasformato le nostre vite.
Non mi devo chiedere se in futuro ci sarà benzina per mettere in
moto il mio suv, quanto piuttosto se il supermercato sotto casa
verrà rifornito di ortaggi e alimenti preconfezionati, oppure se
alcune aree metropolitane troveranno i mezzi per sostenersi dal
punto di vista alimentare.
Le fonti di
energia alternativa, anche se sono energie derivative, non
risolveranno MAI totalmente e PER TUTTI i problemi e le difficoltà a
cui stiamo andando incontro.
In futuro l’energia, specialmente quella elettrica, ci sarà ancora,
ma non per tutti e soprattutto non ai prezzi che conosciamo ora.
Avrà una erogazione a singhiozzo, con periodi molto frequenti di
blackout: ma questo solo per chi sarà molto ricco. Per gli altri si
ritornerà indietro: molto indietro, la candela sarà già un lusso.
Se qualcuno sta pensando ai pannelli solari, è meglio che se li
scordi: non si potrà mai avere pannelli fotovoltaici per tutti. E
perché ? Perché per fabbricarli, assemblarsi e trasportarli occorre
petrolio, proprio quello che dovrebbero sostituire in toto !
Un pannello fotovoltaico è costituito di svariati elementi minerali:
silicio, rame, cadmio, indio, gallio. Solo per estrarre una
tonnellata di rame servono 8 barili di petrolio ! Spero non
penserete di spostare un trattore John Deere del peso di 10
tonnellate con i pannelli fotovoltaici sul tetto della cabina di
pilotaggio !
E i fertilizzanti ed i pesticidi con che cosa li sostituite ? Gli
aerei e le navi traghetto con cosa li spostate ? Con l’idrogeno ?
Una delle più
grandi bugie che vi hanno raccontato sulla circolazione delle
automobili è che i carburanti come la benzina ed il gasolio verranno
sostituiti dalle cosi dette celle a idrogeno.
Per chi non lo sapesse, sono una sorta di pila a vita eterna che
produce energia elettrica dalla catalisi dell’idrogeno. Celle a
combustibile ce ne saranno in futuro: alcuni milioni, forse.
Ma di certo non li avrete voi, ma solo come ho detto prima, le
persone più ricche, proprio come avveniva 70 anni fa quando
l’automobile era un lusso per pochi.
La nostra specie si è straordinariamente trasformata in meno di 100
anni, cambiando abitudini, stili di vita e regime alimentare. Sempre
in questo lasso di tempo è esponenzialmente proliferata passando da
un miliardo di persone a oltre i sei: tutto questo è stato possibile
grazie ad un impareggiabile prodotto, il petrolio, che adesso sta
iniziando a diminuire nella sua disponibilità.
Come uno stupido sciame di locuste abbiamo depredato la terra di
questo bene, riproducendoci senza limiti e consumandolo per ogni
insensato uso (pensiamo ai suv).
Le conseguenze saranno senza precedenti storici, perché con NULLA è
possibile sostituire quello che ha fatto per noi e per il nostro
stile di vita questo straordinario prodotto del nostro pianeta.
Eugenio Benetazzo
www.eugeniobenetazzo.com/tour.html
www.youtube.com/eugeniobenetazzo
Con stima e
simpatia
di Carlo Bertani - 16 luglio 2007
Fa piacere
polemizzare con persone intelligenti, e rispondere all’articolo di
Eugenio Benettazzo fa parte di questa pratica: come si potrebbe
polemizzare sull’energia con Sgarbi o con Ripa di Meana?
Tempo fa avevo buttato lì a Benettazzo di scrivere un articolo a
quattro mani, sull’energia e sui risvolti economici ad essa
collegati: continuo a credere che ne uscirebbe un buon lavoro, ma
non se ne fece nulla. Purtroppo, entrambi abbiamo mille cose da
fare.
Il pregio dell’articolo di Benettazzo – che, è vero, fa a pugni con
il titolo “La farsa delle energie alternative” – è che non si perde
nei mille rivoli della tecnologia, ma cerca d’inquadrare
storicamente il fenomeno. Perché, rendiamocene conto, il problema
dell’energia troverà soluzioni soltanto se sapremo allontanare la
prospettiva da oggi e dall’esistente, per osservare il fenomeno per
almeno un paio di secoli, dal 1900 al 2100, tanto per porre dei
paletti.
In questo senso,
l’articolo di Benettazzo è ben impostato ma, la sua prospettiva
storica, è troppo pessimista.
E’ pur vero che io stesso ho sposato, nel mio libro “Mutamenti
Climatici: la rivolta di Gaia”, la tesi “catastrofista”, ma l’ho
fatto soltanto perché scorgo troppo, pericoloso ottimismo.
Si va da chi sostiene che la soluzione di tutto è il nucleare – e
dimentica di comunicare che il prezzo dell’Uranio continua a correre
come una Formula1, ogni sei mesi, praticamente, raddoppia[1]
- a chi crede di salvare il mondo con le lampadine a basso consumo.
La “bufala”
dell’Uranio non è una novità: la stessa IEA[2],
ha stigmatizzato il mercato dell’Uranio per il prossimo secolo,
ossia 40 anni con un incremento simile a quello attuale, e poi altri
40 anni a prezzi sensibilmente più alti. Il tutto, dipende dal
semplice fatto che l’Uranio non è una fonte rinnovabile: come il
Rame o lo Stagno.
La “corsa” del prezzo dell’Uranio dipende soprattutto dal programma
nucleare cinese, che punta a soddisfare il futuro energetico del
paese principalmente con due fonti, ripartite equamente al 50%,
nucleare ed eolico. Qui, è la semplice legge della domanda e
dell’offerta a chiudere ogni spiraglio: l’Uranio potrà fare ancora
il “supplente” per qualche anno, poi, finito.
Altra “bufala” –
questa volta sotto l’aspetto dei gas serra – è la peregrina idea di
stivare l’anidride carbonica sotto terra, “mineralizzandola”. Se si
vanno a spulciare i dati[3],
si scopre che – utilizzando tutte le caverne che riusciremo a
scovare – potremmo trovar posto per la produzione di CO2,
derivante dall’industria energetica, di circa 6 anni. E per gli
altri 40, 60, 100?
E i costi? Perché, appena qualcuno cerca di proporre soluzioni sul
fronte delle energie naturali, scattano immediatamente (e
giustamente) i censori dei costi? Perché, invece, se si va in giro a
raccontare che si risolve tutto con l’Uranio, oppure stivando
l’anidride carbonica sotterra, nessuno chiede niente?
Quanto costa stivare e controllare le scorie delle centrali nucleari
per 20.000 anni? Mi raccomando: non dimenticate la bolletta del
telefono del Gennaio 18567 e gli assegni familiari del personale per
l’intero 18298.
Non voglio, però,
dimenticare che eravamo partiti da una prospettiva storica, e qui –
caro Benettazzo – non è che hai preso in pieno la boccia. Sei andato
diligentemente a punto, questo sì, ma nemmeno poi troppo vicino al
pallino.
Non entro nella disquisizione semantica fra energie rinnovabili,
derivate e naturali. Personalmente, mi sembra che i termini
rinnovabili o naturali vadano benissimo, mentre “derivate” mi sembra
un poco tirato per i capelli.
In fin dei conti, qualsiasi energia è “derivata”.
Se il carbone è
stato il re dell’Ottocento, il petrolio ha regnato per l’intero
Novecento; domanda: con quale energia fu creato l’apparato di
produzione petrolifero?
Siccome i trasporti – ben oltre la metà del Novecento – hanno
utilizzato più carbone che petrolio (fino alla Seconda Guerra
Mondiale, la maggioranza del naviglio utilizzava il carbone, mentre
la locomotiva era quasi la regola e non l’eccezione), possiamo
tranquillamente affermare che il “sistema” petrolio nacque grazie
all’energia del carbone.
Alcuni dati? La battaglia navale dello Jutland – 1916, quando
volavano già molti aerei a benzina e tanti camion viaggiavano con il
motore a scoppio – avvenne fra navi propulse esclusivamente dal
carbone. Addirittura, la Prima Guerra Mondiale fu l’ecatombe della
marineria velica. La produzione elettrica, fra le due guerre
mondiali, fu principalmente una produzione idroelettrica.
Infine, il carbone fornisce ancora oggi circa il 25% dell’energia
primaria.
Ragionare sulle
energie sotto il profilo storico è senz’altro utile, ma sostenere
che una fonte non è – in qualche modo – “autonoma”, è un’assurdità:
tutte le fonti sono state tributarie, nel loro affermarsi, di quelle
precedenti. Paradossalmente, potremmo ricordare che, per parecchi
decenni, le infrastrutture petrolifere furono costruite – fuse negli
altiforni a carbone coke, lavorati su torni che funzionavano con
l’energia delle cascate e trasportati su navi a carbone – proprio
con le altre energie.
E’ allora ovvio che, qualsiasi apparato d’approvvigionamento
energetico andremo ad impostare, nascerà anche grazie all’energia
che oggi ricaviamo dal petrolio, dal carbone, dall’Uranio. Non c’è
mica da scandalizzarsi: è sempre stato così!
Altra cosa è
affermare che non sarà possibile utilizzare le energie rinnovabili
per il sistema dei trasporti: per pura curiosità, ricordo che è già
stato sperimentato un locomotore con una pila a combustibile da 1
MW, alimentato ad idrogeno[4].
Il sistema dei trasporti, però, ha bisogno di riforme strutturali:
l’essenza del risparmio energetico è tutta qui.
Da un lato abbiamo dei flussi d’energia disponibili, dall’altro dei
modelli sui quali li riversiamo: il problema, dialettico, è proprio
l’indagine sul rapporto fra questi due fenomeni, sulle loro
interazioni e modificazioni valutate man mano che il tempo scorre. E
si torna alla prospettiva storica: qualche esempio?
Non possiamo
continuare a spostare le merci con il mezzo meno efficiente che
esiste, ossia il camion! A fronte di una tonnellata spostata, la
nave (fluviale e marina) consuma circa il 35% dell’energia rispetto
alla strada, ed un buon 15% in meno rispetto al treno. I costi di
personale, poi, sono sensibilmente minori: perché, nel Nord Europa,
usano i canali? Perché risparmiano, e tanto.
Da noi non esistono? Sbagliato. Torniamo alla prospettiva storica:
esistevano, ma sono stati dimenticati!
Per secoli, il sistema di trasporto della valle padana furono il Po
ed i canali collegati (Navigli, ecc), mentre l’Italia peninsulare
sfruttava il cabotaggio. Alcuni dati? Il primo mercantile – in
qualche modo “italiano” – spinto dal vapore fu una nave napoletana,
ed a comandarla, nel 1848, fu il C.te Giuseppe Libetta di Peschici
(FG).
Il trasporto
fluviale italiano, è passato dalle 16 milioni di tonnellate del
dopoguerra alle attuali 1,5: un bel progresso! Non abbiamo fiumi e
canali navigabili? Errore: c’erano ma, a differenza del resto
d’Europa, ce ne siamo dimenticati e non li abbiamo più curati.
Nemmeno il grande Danubio, senza costanti opere di manutenzione, è
navigabile! Forse, da noi, si preferisce puntare sul bilancio della
Società Autostrade? Probabilmente così è, ma allora non tiriamo in
ballo l’energia se i trasporti costano troppo!
Insomma, la prospettiva storica ci può aiutare, e parecchio, ma non
dimentichiamo che ciò che conta è il futuro: la storia ci può
aiutare, questo è verissimo, ma solo se sposiamo un’ottica di
maggiore ottimismo, che guarda al domani.
Non esistono
flussi d’energia in grado di sostituire gli attuali 10 miliardi di
TEP[5],
necessari per far funzionare il pianeta? E chi lo ha detto?
Non cito la Confraternita delle Energie Danzanti, ma l’Agenzia
Statunitense per l’Energia e l’Università di Stanford: la prima, nel
lontano 1991, dichiarò – dati alla mano – che la fonte eolica era in
grado di soddisfare l’intero fabbisogno americano con
l’installazione degli aerogeneratori in tre soli stati: Kansas,
North Dakota e Texas. Nel 2005, a Stanford, rifecero i calcoli e
s’accorsero che la valutazione era ancora sottostimata.
La stessa
Enelgreenpower – l’italiana ENEL – afferma che la fonte eolica, nel
pianeta, è in grado di fornire 4 volte l’intero fabbisogno mondiale
del 1998, ossia più di tre volte (approssimativo) di quello attuale.
Se qualcuno ha ancora dei dubbi, rifletta che il sole – ogni anno –
invia sulle sole aree desertiche del pianeta l’equivalente di 5.500
miliardi di tonnellate di petrolio: una quantità d’energia pazzesca,
pari a circa 500 volte l’intero consumo mondiale. Sui soli deserti.
Inoltre, ci sono ancora ampi margini di captazione per il piccolo e
medio idroelettrico: l’esempio del piccolo comune di Varese Ligure è
esplicativo. Dopo l’installazione di quattro aerogeneratori (ed aver
ripianato i conti del comune grazie alla vendita d’energia), è stata
installata una turbina sulla conduttura dell’acquedotto, che ha una
caduta di 120 metri ed una portata di 8.3 litri/secondo, la quale
aziona un alternatore e produce circa 20 MW/h l’anno. Si realizzerà
a breve un progetto sul torrente Carovana, con due turbine che
produrranno circa 1390 MW/h annui.
Questo, in un
piccolo comune dell’entroterra ligure con circa 2.000 abitanti.
Oggi, stiamo scoprendo – dopo aver cementato anche le tazze dei
cessi – che i grandi fiumi avevano le loro, naturali protezioni
contro le alluvioni: le aree di barena e le lanche.
Ebbene, con un uso intelligente delle acque dei fiumi, si possono
cogliere due risultati, entrambi importanti sotto il profilo
energetico: il trasporto fluviale e la generazione d’energia
elettrica da basse cadute, mediante le turbine Kaplan. Non erano
forse in funzione, cent’anni or sono, i “mille mulini del Po” di
Bacchelli? Se non basta la storia, anche la letteratura ci può
aiutare ad aprire gli occhi: i mulini del Po non erano sul fiume, ma
nelle lanche.
I russi – che,
riconosciamolo, hanno ben altri fiumi – hanno una potenza massima
installata, sulle centrali dei fiumi, di 50.000 MW[6].
E’, all’incirca, il massimo che riesce ad erogare la rete italiana.
Ancora: le correnti sottomarine. Riflettiamo che un metro cubo
d’acqua pesa una tonnellata e si sposta, nei passaggi obbligati
(stretti, ecc), ad una velocità prossima ai 3-5 nodi, ossia 5- 9
Km/h . Qualche tentativo è stato fatto – in Gran Bretagna ed in
Norvegia – per sfruttare questi enormi flussi d’energia, ma siamo ai
primordi.
E la geotermia?
Gli islandesi, da sempre attenti al settore, hanno iniziato a
sfruttare – oltre ai letti caldi ed ai geyser – le caldere dei
vulcani in attività, ossia cercano d’incanalare l’energia termica
presente nelle caldere. Anche qui, però, siamo ai primi passi.
Invece di perderci nelle mille diatribe per stabilire se il
fotovoltaico è conveniente (paragonandolo al petrolio), cerchiamo di
stabilire se un diverso sistema d’approvvigionamento energetico è
fattibile.
Oggi, siamo abituati a considerare l’energia come qualcosa che si
crea (Uranio a parte) bruciando qualcos’altro. E’ proprio questo
retaggio storico, radicato da millenni, che dobbiamo modificare.
L’energia, scorre
intorno a noi: basta attrezzarsi per raccoglierla e convogliarla.
Questa è la novità che gran parte dei commentatori “tecnicisti" non
riesce a cogliere: perché? Poiché non amplia la prospettiva storica.
Sull’altro versante, una prospettiva storica troppo pessimista è
influenzata proprio dai detrattori delle nuove energie i quali,
invece di scervellarsi per trovare soluzioni praticabili ben
oltre il nostro secolo, non fanno altro che cercare di demolire le
altre ipotesi. Quasi avessero dimenticato che la parola ingegnere
deriva da ingegno, che è quasi sinonimo di fantasia.
Toccherebbe a loro il compito, invece di criticare.
Non ci credete?
Quando, in Gran Bretagna, apparvero i primi tratti di strada
ferrata, gli allevatori di cavalli osservarono con sufficienza quei
primi mostri sbuffanti. Come sarebbe stato possibile, si chiesero,
sostituire tutti i carri trainati dai cavalli?
Dopo pochi decenni, le stesse persone allevavano mucche e maiali.
Addirittura, un solerte fisico francese, avvertì che la ferrovia non
aveva futuro giacché, appena i passeggeri fossero entrati in una
galleria, l’aumento della pressione atmosferica li avrebbe uccisi
all’istante. Alla folle velocità di 40 Km/h .
Un mondo
alimentato dalle energie naturali è perfettamente possibile e, anzi,
auspicabile: manca, però, il denominatore comune, ossia una forma
d’energia che sia conservabile nel tempo.
L’unica soluzione finora trovata è l’idrogeno, che non è una fonte,
ma un vettore energetico, ossia energia cinetica trasformata in un
composto chimico a più alto valore potenziale.
In altre parole, se ricavo energia dal sole o dal vento, posso
trasformarla in Idrogeno, stivarlo in gasometri (come per il metano)
ed utilizzarlo quando mi occorre mediante le celle a combustibile.
Le rese non sono altissime? A parte che le celle di tipo alcalino
rendono già un buon 75% dell’energia immessa, non è questo il punto.
Non ricordiamo
forse che l’energia non va mai perduta, bensì si trasforma?
Quando un sistema energetico ha un rendimento, ad esempio, del 50%,
significa che il rimanente 50% prende forma in qualcos’altro: in
genere, calore.
Ebbene: chi ci proibisce d’imparare a recuperare anche l’altro 50%?
Le acque di raffreddamento delle centrali termoelettriche, sono un
vero scandalo: a Vado Ligure, il torrente che esce dalla centrale ha
una temperatura di circa 60 gradi centigradi e, con il trascorrere
del tempo, ha quasi “tropicalizzato” le acque della baia. Lo sanno
bene i pescatori.
Come mai nessuno ha mai pensato d’utilizzare quelle acque per il
teleriscaldamento? Perché, qualora non fosse possibile, non si
cercano soluzioni per recuperare l’energia termica di grandi masse
d’acqua mediante scambiatori, dove circolano fluidi a basso punto
d’ebollizione? Non si potrebbe agire con lo stesso principio per
recuperare l’energia dei grandi impianti di climatizzazione?
Qui ci sarebbe da
analizzare un altro aspetto del problema: chi dovrebbe fare queste
cose? Lo Stato? Il mercato?
Il primo, inteso come stato nazionale di classica memoria, quasi non
esiste più: è soffocato dagli input dei potentati economici, delle
strutture sopranazionali, della finanza internazionale. In aggiunta,
gli stati si sono “liberati” delle industrie pubbliche; della serie:
quelle che rendono (Autostrade, oggi la cantieristica), ai privati,
quelle in rosso allo Stato (Ferrovie, Alitalia).
A parte queste miserie, che spesso sottendono pura e semplice
corruzione, c’è da chiedersi come potrebbe uno Stato promuovere una
rivoluzione epocale, come il passaggio dal petrolio alle
rinnovabili. Chi dovrebbe farlo? Difatti, si fa poco o nulla: per
questo, anch’io, sono pessimista.
Il mercato guarda
alla remunerazione del capitale a breve termine, e lo Stato non ha
mezzi propri per farlo: l’unica soluzione, che dov’è stata tentata
funziona, è affidare agli Enti Locali – con l’appoggio dei pool
bancari – la gestione degli impianti. Ci vorrebbe però una legge, un
Testo Unico sull’energia, che è da sempre latitante.
Di qui, lo stallo e l’inerzia.
Non dimentichiamo, inoltre, che il gran difetto (per i grandi
potentati internazionali) delle energie naturali è che sono
gratuite: è pur vero che necessitano di tecnologia per captarle, ma
non consentono un rigido controllo politico come gli oleodotti ed i
gasdotti. Con il petrolio, è possibile fare una guerra (Iraq)
impossessarsi della risorsa e trasformarla in denaro, che viene
speso per mantenere l’enorme apparato militare, il quale a sua volta
cerca di controllare il paese. Ci sono i morti? E chi se ne frega,
risponde Bush: l’importante è trasformare quel petrolio in utili per
gli azionisti dell’industria armiera americana!
Non mi dilungo
oltre, perché ci sarebbe tanto, tantissimo da fare e da
sperimentare, se solo qualcuno iniziasse a farlo.
La vicenda della centrale di Priolo Gargallo – il primo impianto
termodinamico – è invece sintomatica per comprendere come vanno le
cose: a colpi di ritardi epocali, nonostante l’ENEA abbia oramai
concluso la fase di ricerca sul termodinamico. Non dimentichiamo che
il termodinamico è la vera, nuova scommessa per l’Italia: se non ci
riusciremo, saremo completamente fuori dal novero delle nazioni che
sperimentano le nuove tecnologie energetiche.
Gli stupidissimi italiani, invece, che non hanno certo i mezzi
culturali (sic!) della loro classe dirigente, praticano il risparmio
energetico installando doppi vetri alle finestre perché, quando
arriva la bolletta del gas, bisogna stare seduti e fare un bel
respiro prima d’aprirla. Gli stessi, ignorantissimi italiani, con
percentuali bulgare dell’80%, ritengono che la ricerca sulle energie
rinnovabili sia la prima necessità del paese. Al secondo posto,
mettono le biotecnologie e le nanotecnologie. Quanto sono fessi ‘sti
italiani! Meno male che ci pensa lo loro classe politica!
Infine, voglio
ricordare a Benetazzo una cosa che lui sa benissimo e che, anzi, so
essere un suo cavallo di battaglia. Quali sono i rapporti fra il
mercato dell’energia ed il dollaro? Non è, per caso, che se non
esistesse più il mercato petrolifero, se ne andrebbe anche il
dollaro?
Eh sì, perché gran parte dei dollaroni verdi circolano sempre fuori
degli USA e, se rientrassero, trasformerebbero gli Stati Uniti nella
Repubblica di Weimar.
Per questa ragione, i due aspetti – l’energia e l’economia –
viaggiano a braccetto e so che lui è bravo, anzi, bravissimo a
cogliere questi aspetti. Perché, Eugenio, non ne parli? Lo
sapresti senz’altro fare meglio di me.
Carlo Bertani
articoli@carlobertani.it
www.carlobertani.it
Fonte: Centrofondi.it, 28/6/2007.
International
Energy Agency
Fonte:
Qualenergia, Gen-Feb 2006.
Fonte: Italian
Hydrogen Association.
TEP: Tonnellata
di Petrolio Equivalente. Si usa questa pratica unità di misura, al
posto del canonico Joule, che considera tutte le energie (carbone,
idroelettrico, nucleare, ecc) come se fossero tonnellate di
petrolio.
La potenza
massima installata non corrisponde a quella costantemente erogata:
è, in altre parole, il massimo che si potrebbe ricavare se i flussi
d’acqua fossero sempre alle portate ed alle pressioni ideali. In
ogni modo, si tratta di considerevoli flussi d’energia.
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