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Si è
appena conclusa a Parigi la conferenza sui mutamenti climatici (ICCP):
il gruppo d'esperti che fa capo all'ONU ha raggiunto un accordo al
90% sul testo che prevede un innalzamento del clima che durerà per
il prossimo millennio.
Gli scenari che vengono prospettati sono apocalittici: innalzamento
del livello dei mari, aumento della superficie dei deserti, carenza
idrica, ecc.
Quel
90% indica che non tutta la comunità scientifica è d'accordo sulle
conclusioni del vertice: il 10% degli scienziati si mostra ancora
scettico sull'origine antropica dei mutamenti climatici in atto. Una
porzione assai ristretta della comunità scientifica ritiene che i
mutamenti siano da imputare al naturale ciclo del clima, ossia a
fattori estranei alla presenza dell'uomo: si cercano risposte nel
ciclo delle macchie solari, oppure si sostiene un generale
riscaldamento del sistema solare.
Il
fatto che la comunità scientifica non sia unanime sulle conclusioni
del vertice rischia di depotenziare l'azione che i governi dovranno
intraprendere per affrontare i problemi: in altre parole, se non
sono certo che riscaldamento è dovuto alle attività umane, posso
tranquillamente continuare a comportarmi come ho sempre fatto.
Neppure, però, possiamo ignorare che la gran maggioranza degli
scienziati è oramai schierata su posizioni che imputano al genere
umano la responsabilità per gli evidenti mutamenti climatici che
stanno avvenendo.
Come
trovare una via d'uscita per non cadere nel tranello di una diatriba
senza fine?
Potremmo iniziare a considerare che il mutamento climatico esiste ed
è in atto: a causa delle attività umane? Per cause naturali? Non
importa: c’è.
Supponendo che il mutamento climatico sia estraneo alle attività
dell’uomo, la continua immissione di gas serra nell’atmosfera
contrasterebbe l’aumento delle temperature dovuto ai naturali cicli
del clima?
Sappiamo che la temperatura del pianeta – dopo la “piccola
glaciazione” del 1500 – è tornata a salire dall’Ottocento: ciò che
preoccupa, oggi, non è tanto l’entità dei mutamenti ma la velocità
con la quale avvengono. L’uomo non c’entra nulla?
Per fortuna, almeno su questo, la scienza è unanime: è
universalmente riconosciuto che gas come il Diossido di Carbonio
trattengono la radiazione infrarossa che, altrimenti, sarebbe
riflessa verso l’infinito.
Il
fenomeno è stato riconosciuto ed accertato: la radiazione luminosa
che giunge sulla Terra – a causa di molteplici riflessioni e
rifrazioni dovute agli ostacoli che incontra – muta in parte la sua
lunghezza d’onda ed aumenta quella a più bassa frequenza, ossia
l’infrarosso.
Ebbene, la CO 2 trattiene la radiazione infrarossa
come un foglio di nylon lascia passare la radiazione luminosa mentre
blocca quella infrarossa: un fenomeno semplice, che tutti possiamo
comprendere se consideriamo come si comporta una semplice serra per
la coltivazione di fiori ed ortaggi.
Ora, se
esiste un mutamento che ha cause naturali possiamo farci ben poco:
ciò che invece possiamo (e dobbiamo) fare è evitare d’aggiungere
danno al danno, anche se – per la natura – l’aumento della
temperatura non è certo un danno. Lo è certamente per la razza umana
e per altre migliaia di specie, ma l’evoluzione c’insegna che una
soluzione c’è sempre: fra qualche milione di anni la specie
dominante potrebbe essere formata da lucertole estremamente evolute,
oppure da rane, da una mutazione dei delfini…
Se,
invece, vogliamo dimostrare di meritare il trono sul quale sediamo
da millenni – ovvero quello della specie dominante – dobbiamo
mostrare con i fatti di meritare quella posizione, ossia di saper
ragionare da esseri dotati di saggezza e lungimiranza.
E’ quasi puerile – su questo fronte – osservare la nostra pochezza:
a Parigi si sono uditi spezzoni di discorso dove si vaneggiava una
nuova “governance mondiale”. Ma
sanno di cosa parlano? Ricordano qualche pagina di storia?
Forse – in italiano – non si traduce il termine e si preferisce
lasciarlo in un dubbio inglese: quello che gli scienziati anelano
per risolvere il problema è il governo mondiale dell’economia e
della politica!
Ora, se
riflettiamo che l’ONU non è in grado d’arrestare una guerra
abbastanza contenuta come quella irachena, non è stata capace di
fermare i bombardamenti su Beirut, non sa dire nulla per risolvere
le infinite crisi in Jugoslavia, in Somalia, in Cecenia…pretendiamo
che s’assuma il governo del pianeta?
Le tristi fini della Società delle Nazioni – ed ora dell’ONU che ne
segue le orme – non c’insegnano forse che il problema nasce e muore
nel concetto di stato nazionale, così moderno quando s’affermò e
disegnò una nuova geografia del pianeta, ma oggi tristemente inutile
per affrontare le sfide globali?
Il Presidente francese Chirac – forse anche per dovere, essendo
la Francia il
paese che ospitava la conferenza – ha lanciato un appello da ultima
spiaggia: “per il clima, stiamo avvicinandoci al punto di non
ritorno”[1].
Forse lo abbiamo già superato – e probabilmente Chirac lo sa – ma
non si può rischiare il crollo dell’economia: meglio correre il
rischio d’affossare l’intera specie.
Per
questa ragione – personalmente – sono molto pessimista sul futuro:
nichilismo? Come si fa ad essere ottimisti quando – a fronte di
mutamenti che appaiono oramai in tutta la loro evidenza anche
all’uomo della strada – non si riesce a convincere la nazione che
più inquina nel pianeta – gli USA – ad aderire al misero Protocollo
di Kyoto, che per il clima è poco più di un’Aspirina che tenta di
sconfiggere un febbrone da cavallo?
Il Protocollo è troppo “politico” affermano gli USA: in altre
parole, se noi aderiamo perdiamo tot punti percentuali di crescita,
tot valore del dollaro ed avvantaggiamo altri paesi. L’unica grande
nazione che li appoggia è l’Australia: ora, esiste un appoggio più
“politico” di quello australiano? Cos’hanno da spartire – sul piano
meramente tecnologico ed industriale – gli USA e l’Australia? Forse
perché l’Australia è il primo produttore mondiale d’Uranio? Qui
stiamo giocando con la scatola dei fiammiferi seduti su una catasta
di bidoni di benzina: come si può essere ottimisti?
“L’unica soluzione è la rivoluzione” si urlava nel ’68: dobbiamo
riconoscere che – almeno per l’energia ed il clima – mai detto fu
più vero. Ciò di cui abbisogniamo è una rivoluzione copernicana nel
sistema d’approvvigionamento energetico: non si tratta di tornare al
cavallo – non raccontiamo fesserie – ma di compiere un passo
rivoluzionario cambiando mentalità. Meglio l’uovo oggi o la gallina
domani? Se fossimo in grado di compiere quella rivoluzione,
riempiremmo tutti i frigoriferi del pianeta di polli e di uova.
La prima cosa da fare è quindi diminuire costantemente e celermente
le nostre emissioni di gas serra: comprendo che questo discorso
assomiglia molto ad un aforisma di La Palisse , ma ci sono ancora
tante persone che su questi semplici concetti hanno moltissimi
dubbi.
Qual è
l’errore di partenza, che non ci consente di risolvere il problema?
La chimica del Carbonio.
Tutti sanno che alla base della vita c’è la chimica del Carbonio, la
chimica organica: tutto ciò che è vivente è composto da catene di
atomi di Carbonio. C’è però anche una chimica inorganica del
Carbonio – ossia quella che trasforma, per esigenze energetiche,
atomi di Carbonio in molecole di anidride carbonica – e, per nostra
sfortuna, il Carbonio non si cura molto delle nostre distinzioni.
Da
sempre, per produrre energia, utilizziamo questo “salto” energetico:
passando dal Carbonio all’anidride carbonica otteniamo energia. Le
forme della trasformazione? Moltissime. Si va dal semplice Carbonio
dei carboni a quello del metano, fino ai composti organici –
alifatici ed aromatici – contenuti negli idrocarburi liquidi.
Quella che chiamiamo “combustione” è la semplice trasformazione del
Carbonio in un altro composto, l’anidride carbonica.
Purtroppo, secoli d’abitudine consolidata hanno creato un concetto
che sembra inattaccabile: brucia qualcosa ed otterrai energia,
altrimenti resterai al freddo.
Qualche
“picconata” a questo concetto l’hanno data il nucleare e
l’idroelettrico: lì non si “brucia” nulla eppure si ricava energia.
L’idroelettrico fu la prima fonte d’energia elettrica, ma nel
volgere di un secolo i consumi aumentarono al punto che oggi la
fonte idroelettrica – nel pianeta – rappresenta pochi punti
percentuale ed è sottoposta a forti rischi di recessione proprio a
causa dei mutamenti climatici.
Molti analisti propongono il nucleare come la vera fonte energetica
del futuro: in parte hanno ragione, ma solo in parte. L’IEA[2]
– per il nucleare – stima che le riserve d’Uranio siano di circa 37
anni agli attuali prezzi e d’altri
47 a prezzi notevolmente superiori: il costo
dell’Uranio dipende dalla percentuale di metallo utilizzabile nei
minerali di partenza, ed oggi si ricava Uranio da minerali che ne
contengono poco di più del 2%. Qualora dovessimo raffinare minerali
con tenori d’Uranio ancora inferiori, di quanto salirebbe il costo
di produzione dell’energia?
Inoltre, ciò che i sostenitori del nucleare non raccontano è che una
centrale nucleare ha una vita media di 25 anni: trascorso quel
periodo, bisogna provvedere ad una ristrutturazione che ricorda
molto una ricostruzione, con costi (ed emissioni di CO2)
non certo trascurabili.
Rimane sempre l’annoso problema delle scorie, sul quale non è
nemmeno il caso di dilungarci.
Infine, di quanta acqua hanno bisogno gli impianti nucleari? Con gli
allarmi lanciati a Parigi sui mutamenti che subirà il ciclo
dell’acqua, ci affidiamo proprio ad essa per la produzione
energetica? Usare l’acqua di mare? Certo, è possibile, ma si
dovrebbero costruire circuiti di raffreddamento più costosi (a causa
della corrosione) che durerebbero senz’altro di meno di quei famosi
25 anni. Sono soluzioni praticabili, ma sono convenienti?
L’ultima trovata per continuare a nascondere la testa sotto la
sabbia riguarda il “confinamento” della CO2 che
produciamo in vecchie miniere: addirittura – ad un convegno tenutosi
nel 2003 al Politecnico di Milano – qualcuno prospettò di
seppellirla in caverne sotterranee sotto la superficie dei mari, ad
altissime profondità (per sfruttare l’alta pressione dovuta alla
colonna d’acqua). Immaginiamo cosa significherebbe (e con quali
costi!) riempire una caverna sottomarina sotto
la Fossa delle Marianne.
Oggi – proprio in Italia e con il patrocinio, guarda a caso,
dell’ENEL – l’idea torna a farsi avanti: il prof Enzo Boschi,
geologo e direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e
Vulcanologia (INGV), propone di riempire d’anidride carbonica alcune
vecchie miniere, in Toscana ed in Sardegna.
L’idea
sembra allettante: se produciamo troppa anidride carbonica, il
“sovrappiù” lo stipiamo in vecchie caverne. Trionfalmente, si
dichiara che saranno confinate dalle 3 alle 5.000 tonnellate il
giorno di CO2, come già avviene in Canada.
Sembrerebbe l’uovo di Colombo: fine del problema dell’anidride
assassina del clima? Quelle 4.000 tonnellate il giorno sembrano una
montagna d’inquinanti che sparisce sotto terra: il problema è che
una montagna non è nulla al confronto di un universo.
Quanta CO2 produciamo ogni anno, in Italia, per i consumi
energetici?
Il
consumo totale d’energia del Bel Paese è stimato in circa 190 MTEP –
ossia Milioni di Tonnellate di Petrolio Equivalenti, laddove tutta
l’energia viene quantificata come proveniente dal petrolio, anche se
giunge da altre fonti – delle quali circa l’80% deriva dalla
combustione dei fossili, mentre il resto lo importiamo oppure lo
produciamo con l’idroelettrico e le scarse fonti rinnovabili.
150 milioni di tonnellate di combustibili fossili vengono bruciate
ogni anno: quanta CO2 producono?
Calcolo
un poco approssimativo – perché i combustibili non sono tutti
uguali, perché dipende dalle condizioni di combustione, ecc – ma un
rapporto di 1 : 3 è abbastanza vicino al reale[3].
Qualcuno sarà stupito, ma dobbiamo riflettere che ad ogni atomo di
carbonio che bruciamo si legano due atomi d’Ossigeno, e quindi il
prodotto della reazione (
la CO
2) pesa di più del solo Carbonio.
Questo è il vero cul de sac del problema: utilizzando questa
reazione chimica per la produzione energetica, “intersechiamo” il
ciclo del carbonio naturale (la produzione di CO2 dovuta
alle reazioni naturali, alla respirazione, ecc ed il suo “consumo”
da parte dei vegetali mediante la fotosintesi) con il ciclo
“artificiale” che l’uomo ha creato, bruciando in un paio di secoli
il materiale organico che la biosfera aveva “accumulato” in milioni
di anni.
In
altre parole, per avere sufficiente energia spendiamo tutto lo
stipendio e prosciughiamo rapidamente il conto in banca. La proposta
di Boschi sembra quindi andare nella giusta direzione: se produciamo
un eccesso di CO2, “confinandola” risolveremmo il
problema.
Supponiamo ora che l’impianto prospettato da Boschi funzioni
perfettamente per 365 giorni l’anno ad una media di 4.000 tonnellate
il giorno (1.450.000 tonnellate l’anno): siccome la produzione
italiana annua di CO2 causata dalla combustione dei
fossili è di circa 450 milioni di tonnellate, i buoni geologi
riuscirebbero a “confinare” circa lo 0,3% della produzione nazionale
di CO2. Solo Mussolini pensava di risolvere i problemi
con il “confino”, e sappiamo come andò a finire.
Se
proprio volessimo dare una chance all’idea dei geologi, potremmo
considerare che la CO 2 aumenta
nell’atmosfera di circa 1,5 PPM l’anno, ossia pressappoco del
medesimo 0,3%. In altre parole, gli impianti assorbirebbero
l’aumento della CO2 probabilmente dovuto alle attività
umane.
Dobbiamo però fare anche altre riflessioni: se non riusciamo a
convincere il paese che più inquina – gli USA, che da soli producono
il 40% dei gas serra – le nostre miniere servono a poco. Inoltre:
siamo così certi che basti sottrarre quel piccolo eccesso per
riportare il sistema in equilibrio?
Ragionamenti del genere possono essere fatti per sistemi chiusi e
semplici: se metto
2 grammi
di materiale in una provetta e ne tolgo uno ne rimarrà uno soltanto.
Nel nostro caso, la “provetta” si chiama biosfera, dove milioni di
reazioni biochimiche intervengono nel ciclo del carbonio, dalle
profondità marine alla stratosfera: come possiamo essere certi che
una semplice e bruta sottrazione possa risolvere il problema?
Qualcun altro aveva prospettato come risolvere il problema e lo
aveva dimostrato: si trattava del solito inventore pazzo? Qualcuno
che aveva studiato
la Fisica in un corso per corrispondenza?
Non mi
pare che si possano affibbiare queste categorie al prof. Rubbia,
premio Nobel per
la Fisica , ma
sembra che nel Bel Paese ci sia l’abitudine – e scusate la
franchezza – di gettare i Nobel nel cesso. Non bastava definire
Dario Fo un “guitto” come fece Berlusconi – dimenticando che
all’estero riscuoteva da decenni grandi successi, mentre in Patria
la classe politica gli aveva gettato la rogna addosso – ed anche per
Rubbia ci fu l’ostracismo, tanto è vero che oggi lavora in Spagna
praticamente allo stesso progetto che desiderava realizzare in
Italia. La classe politica dovrebbe ricordarsi dei suoi premi Nobel
anche quando non servono per avere un voto in più al Senato.
Cosa
proponeva Rubbia?
Da uomo di grande intelligenza qual è (un Nobel…) aveva facilmente
compreso che il problema stava tutto in quella anomala
“intersezione” fra il ciclo naturale del Carbonio e quello
artificiale causato dall’uomo. La soluzione?
Semplice: affidarsi ad un metodo di produzione energetica che
esulasse dal ciclo del carbonio, e stese le linee del suo progetto
che prese il nome di “solare termodinamico”. Un impianto
sperimentale doveva sorgere in Sicilia – presso Priolo – ed agire in
sinergia con la locale centrale termoelettrica dell’ENEL.
Ecco
come lo definì Rubbia stesso in un’intervista a La Repubblica :
"Come esperimento pilota i
20 megawatt aggiunti dalle tecnologie solari alla centrale di Priolo
non sono da buttar via: bastano a una città di 20 mila abitanti,
consentono di risparmiare 12.500 tonnellate equivalenti di petrolio
l'anno ed evitano l'emissione di 40.000 tonnellate l'anno d’anidride
carbonica. Il bello è che questo tipo di energia è conveniente: ai
prezzi attuali, l'impianto si ripaga in 6 anni e ne dura 30.
Oltretutto, una volta avviata la produzione di massa, i prezzi di
costruzione tenderanno al dimezzamento".
In cosa
consiste il “solare termodinamico”? Semplificando all’osso, un
fluido circola all’interno di tubi i quali si trovano nel fuoco di
lunghi specchi parabolici: una volta riscaldato ad altissima
temperatura dai raggi solari, mediante uno scambiatore di calore
genera vapore che aziona una turbina, la quale fa ruotare un
alternatore che produce energia elettrica. Quali sono i costi?
Sentiamo la risposta di Rubbia.
“Oggi, cioè in fase preindustriale, il costo complessivo
dell'impianto oscilla tra i 100 e i 150 euro a metro quadrato. E da
un metro quadrato si ricava ogni anno un'energia equivalente a
quella di un barile di petrolio. Il che vuol dire che utilizzando
un'area desertica o semidesertica di dieci chilometri quadrati si
ottengono mille megawatt: la stessa energia che si ricava da un
impianto nucleare o a combustibili fossili, ma con costi inferiori e
con una lunga serie di problemi in meno"
Oggi –
nonostante i mille bastoni fra le ruote che ENEL ed ENI lanciano in
continuazione – il progetto viene portato avanti dall’ENEA nel
centro sperimentale della Casaccia: i ricercatori sono giunti a
quantificare anche il costo di produzione di un KW con quel sistema,
circa 6 centesimi di euro[4],
contro i 6 del nucleare ed i 7 del petrolio.
Costi inferiori si hanno soltanto con il carbone (4 centesimi, ai
quali però va aggiunta la cosiddetta “carbon tax” che lo porta a
circa 5) e l’eolico che – negletto e dimenticato – produce un KW a
3-4 centesimi senza produrre un solo grammo di CO2, come
il solare termodinamico.
Sappiamo che in Italia le aree adatte per l’eolico non sono tante –
Liguria, Sicilia e Sardegna – ma non utilizziamo nemmeno quelle!
Noi, invece, pensiamo che la soluzione sia continuare a bruciare i
fossili ed “acchiappare” la CO 2 per “sbatterla”
in miniera: un ragionamento da stato di polizia. Abbiamo estese aree
– nel Mezzogiorno – che hanno scarso valore agricolo e che
potrebbero essere proficuamente utilizzate (con benefiche ricadute
economiche sulle popolazioni!) per la produzione energetica con il
solare termodinamico. Invece, diamo un calcio nel sedere a Rubbia,
che viene accolto a braccia aperte in Spagna.
Il
problema, come ricordavo, è quello di un profondo mutamento nella
produzione energetica (se ancora ne abbiamo il tempo!) per
contrastare fenomeni che non sappiamo dove ci condurranno. E’ già
troppo tardi? Può darsi: ciò nonostante, è nostro dovere – per il
rispetto che dobbiamo alle future generazioni – fare tutto ciò che è
in nostro potere per “raddrizzare” la situazione.
La discriminante di chi compie un atto rivoluzionario – in ambito
energetico – è quella fra chi propone di curare il cancro alla
radice (ossia cambiare l’approvvigionamento energetico) e chi
consiglia invece di curare il tumore con i pannicelli caldi, ossia
con il Protocollo di Kyoto (il 5% di riduzione della CO2
in 10 anni, e che cosa è?) oppure con le idee fantasiose come il
“confino”. In quest’ottica, dobbiamo riconoscere che gli sgravi
fiscali concessi in Finanziaria a chi installa collettori solari per
la produzione d’acqua calda vanno nella giusta direzione, perché
diminuiscono la produzione di gas serra: è poca cosa, ma il 3%
dell’energia che utilizziamo serve soltanto per scaldare l’acqua per
uso sanitario.
C’è
abbastanza energia per soddisfare le necessità umane? Secondo Rubbia
sì, e credo che a Rubbia si possa almeno concedere una cambiale in
bianco.
La stessa divisione delle energie rinnovabili dell’ENEL –
Enelgreenpower – dichiara che le risorse eoliche “disponibili
ed utilizzabili nel mondo sarebbero in grado di fornire una
produzione di circa quattro volte superiore ai totali consumi
elettrici mondiali del 1998. Questo potenziale potrebbe essere
ulteriormente accresciuto dallo sviluppo di installazioni off-shore,
collocate al largo delle coste”. Peccato che Scaroni faccia
finta di non saperlo.
Lo
stesso concetto è stato ribadito più volte dal Dipartimento USA
dell'Energia e dall’Università di Stanford: “nei soli Nord
Dakota, Kansas e Texas si potrebbe ricavare con la fonte eolica
l’intero fabbisogno statunitense”.
La fonte solare è ancora più abbondante: se il consumo totale
d’energia del pianeta ammonta a circa 10 miliardi di TEP, il sole ne
invia costantemente e gratuitamente 5.500 miliardi di TEP sulle sole
aree desertiche del pianeta! Riflettiamo un attimo su quanto
siamo miseri: stiamo qui a scannarci per quattro fichi secchi (10
miliardi di TEP) quando il sole ne invia sui deserti inutilizzati
550 volte tanto!
Non
abbiamo i mezzi per captare l’energia? Non è vero: se il
sistema fotovoltaico è ancora un po’ caro (ma in molte situazioni
prezioso) con il solare termodinamico e l’eolico non avremmo più
alcun problema!
A questo punto prendono forma due distinti problemi, uno tecnico e
l’altro politico, con le ovvie interdipendenze che esistono – e che
i politici fanno finta di non vedere – fra tecnologia e politica.
Per
prima cosa, alcuni politici paventano terremoti finanziari qualora
operassimo queste scelte: gli stati del Golfo Persico ritirerebbero
i copiosi investimenti che da decenni hanno in Occidente.
Bene: per questa ragione non dovremmo più aprir bocca? Dovremo
arrivare alla camera a gas planetaria per soddisfare gli sceicchi
del petrolio?
Non sarebbe più intelligente prospettare loro una compartecipazione
alle nuove imprese energetiche, ossia l’installazione di sistemi
solari nei deserti del Medio Oriente? Sono convinto che – dovendo
scegliere fra il rischio di un’Europa coperta di pannelli solari ed
una compartecipazione agli utili – sceglierebbero saggiamente la
seconda strada. Notiamo che questo modello sarebbe una
stabilizzazione per il pianeta, non più soggetto alle guerre
petrolifere per un bene che per i due terzi si trova soltanto sulle
rive del Golfo Persico. Non si desidera “liberalizzare”? “Globalizzare”?
Il sole c’è a Ryad come a Khartoum, a Tripoli come a Lima: cosa c’è
di più “liberalizzante”?
L’aspetto tecnologico riguarda invece la distribuzione e lo
stoccaggio dell’energia: come tutti sanno, l’energia elettrica non è
immagazzinabile se non in modeste quantità. Qui, entra in gioco
l’Idrogeno.
Se qualcuno ritiene l’Idrogeno il futuro sostituto del metano è
fuori strada: il secondo è un semplice idrocarburo fossile gassoso,
mentre il primo è un gas che deve essere prodotto artificialmente.
Per questa ragione, spesso, l’Idrogeno viene identificato non come
una fonte ma come un “vettore” energetico: entrambi, però, possono
essere immagazzinati.
Le differenze fra i due gas sono però sensibili: l’Idrogeno è molto
reattivo, che tradotto in termini più semplici significa che è molto
corrosivo e che tende ad esplodere se non sottoposto a rigide norme
di sicurezza. Non è quindi una buona idea – quella che talvolta si
sente prospettare – distribuire Idrogeno come nella comune rete del
metano: potremmo attenderci un numero di incidenti domestici dieci
volte più alto di quello attuale, anche aumentando le misure di
sicurezza.
La
soluzione è semplicissima: il futuro modello energetico è un sistema
prevalentemente elettrico, dove l’Idrogeno funge soltanto da riserva
energetica, mentre verrebbe distribuita energia elettrica per tutti
gli usi, domestici ed industriali. Ovviamente, tutta la materia
fiscale in campo energetico dovrebbe essere rivista.
Per le auto, apposite stazioni di servizio trasformerebbero
l’energia elettrica in Idrogeno gassoso per riempire i serbatoi a
pressione, come per l’alimentazione a metano. Solo per gli aerei[5]
sarebbe necessario ricorrere alla liquefazione dell’Idrogeno, poiché
nella liquefazione si trasforma in calore il 32% dell’energia
immessa: dove non è necessario farlo, non c’è motivo di crearsi il
problema. Si stanno già sperimentando non solo auto, ma navi e treni
che funzionano con il sistema Idrogeno/cella a combustibile: perché
vogliamo correre degli inutili rischi climatici quando possediamo
tutta la tecnologia per cercare, almeno, di scapolare quei pericoli?
Il
passaggio dall’energia elettrica all’Idrogeno è fattibile,
conveniente, pratico?
Si può produrre Idrogeno mediante l’elettrolisi impiegando energia
elettrica, e riottenere energia elettrica dall’Idrogeno mediante le
celle a combustibile[6].
Quali sono i rendimenti?
Pressappoco del 75% in entrambi i casi, vale a dire che per ogni
trasformazione andrebbe perduto (ma sotto forma di calore, e quindi
potenzialmente recuperabile) un quarto dell’energia primaria.
Non sarebbe una chimera immaginare un sistema di produzione
elettrica affidato al solare termodinamico ed all’eolico – non
trascurando certo altre fonti “no CO2” come
l’idroelettrico ed il geotermico – ed un sistema di stoccaggio nei
comuni gasometri, in aree decentrate, per l’Idrogeno.
Fra
l’altro, un simile metodo avrebbe il consistente vantaggio di
produrre energia elettrica praticamente “on
demand”, ossia senza dover produrre dei surplus (come
oggi avviene) per avere sufficienti riserve nel caso d’improvvisi
aumenti della richiesta. In sostanza, le celle a combustibile sono
più elastiche delle centrali termiche e riescono a variare la
produzione in intervalli di tempo minori: qui ci sarebbero notevoli
risparmi.
Qualcuno potrebbe obiettare che con due trasformazioni
Idrogeno/energia elettrica si perderebbe circa il 40% dell’energia
primaria, ma vorremmo ricordare che il più economico motore
automobilistico non supera un rendimento del 40%, così come le
centrali termoelettriche, che sono senza dubbio ben al di sotto di
questo valore.
Infine,
all’ENEA stanno già sperimentando come produrre Idrogeno sfruttando
alcune reazioni chimiche e le alte temperature del solare
termodinamico, con un consistente aumento dei rendimenti.
Il sistema Idrogeno/elettrico è dunque – sotto il profilo del
rendimento – se non superiore almeno uguale a quello termoelettrico:
la differenza? Non si produrrebbe CO2 e si risolverebbe
definitivamente il problema energetico, almeno fin quando il nostro
astro deciderà d’inviarci energia. I costi – chiariti da Rubbia per
il solare termodinamico e noti da tempo per l’eolico – sono quelli
della fascia più bassa dei combustibili fossili.
Il
problema italiano è convincere i nostri “dipendenti” ad iniziare a
lavorare seriamente e speditamente sul problema: se vogliamo fare
anche qualche misero conto “di bottega”, potremmo affermare che
l’Italia – con il solare termodinamico – schizzerebbe in pole
position in un settore tecnologico d’avanguardia.
Dopo i cinque anni di Berlusconi – dove non s’è fatto nulla se non
blaterare a vanvera ed inutilmente sul ripristino del nucleare (in
quanti anni? Calpestando il referendum? Arrivandoci poi quando gli
altri l’avranno già superato?) – il governo Prodi ha varato qualche
misura che va nella giusta direzione, ma siamo quasi fuori tempo
massimo: ci vuole un cambiamento rapido e radicale, altrimenti le
dichiarazioni di Chirac (che è persona di destra ma molto seria) non
avrebbero senso. E’ troppo chiedere che facciano una telefonata all’Eliseo
per chiedere spiegazioni? Vogliamo smetterla di sottostare ai
desiderata di Scaroni? Quando faranno partire il primo impianto
produttivo con il solare termodinamico? Quando metteranno mano alle
leggi per consentire ai consorzi di cittadini (con la partecipazione
delle banche) di diventare produttori d’energia con l’eolico?
Siamo
nella condizione di chi sta appiccando il fuoco alla propria casa
per riscaldarsi: la vogliamo fare sì o no questa rivoluzione?
Carlo
Bertani bertani137@libero.it
http://www.carlobertani.it/
[2]
Nuclear Energy Agency
(sezione dell’IEA) – I dati sono stati pubblicati da
http://www.aspoitalia.net.
[3]
Per una più approfondita
analisi sulla produzione di gas serra dalla combustione dei
fossili, vedi C. Bertani – Energia, natura e civiltà: un
futuro possibile? – Giunti – 2003.
[4]
Il programma ENEA
sull’energia solare a concentrazione ad alta temperatura
– (csp. pdf) – dicembre 2006.
[5]
Vedi il progetto
Cryoplane, finanziato dall’UE e condotto dall’EADS
(L’Agenzia Europea per la Difesa e lo Spazio).
[6]
Il rendimento è riferito
alle celle alcaline.
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