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Dopo
essere a tenere buone le corporation dell’agribusiness durante
l’attacco all’Iraq, Bush annuncia l’intenzione di denunciare
l’Europa al WTO perché venga duramente sanzionata la scelta ogm-free.
Washington, che è appena stata a sua volta condannata a una sanzione
record di 4 miliardi di dollari per l’allegra politica fiscale a
beneficio delle proprie corporation, è partita all’attacco della
moratoria europea sugli organismo geneticamente modificati.
Naturalmente non è affatto detto che l’intervento del WTO serva a
convincere gli europei ad aprire i propri mercati alla soia e al
mais geneticamente modificati. Le sanzioni non sono bastate, ad
esempio, per convincere gli europei della bontà della carne agli
ormoni che, infatti, continua ad essere bandita, ma certamente ha
impedito che la pericolosa abitudine di difendere i propri standard
ambientali e sanitari si allargasse al mondo intero, cosa che sta
avvenendo con gli ogm. Come ha dichiarato Robert Zoellick, il
potente addetto al commercio statunitense: «Non si tratta
soltanto dell’Europa ma di un problema globale, ed è proprio la
combinazione di questi effetti globali che ci spinge ad agire. La
nostra pazienza è giunta al termine».
Effettivamente sono già una dozzina i paesi che hanno seguito
l’esempio europeo, arginando la commercializzazione degli ogm con
qualche genere di restrizione, e Giappone e Cina sono fra questi.
Perfino paesi poveri come Zambia e Zimbawe, anche se erano nel bel
mezzo di una carestia, l’estate scorsa hanno rifiutato 100 mila
tonnellate di mais statunitense per la paura di ritrovarsi in mezzo
semi geneticamente modificati – gli USA infatti non separano i
raccolti naturali da quelli biotech – ritrovarsi la filiera
contaminata, cosa che li avrebbe tagliati fuori dal mercato europeo.
Nemmeno l’etichetta
Il problema è che i consumatori restano diffidenti. Secondo uno
studio condotto dall’Eurobarometro della Commissione europea in 15
paesi, i cittadini distinguono perfettamente fra applicazioni
biotecnologiche: accettano quelle biomediche e farmaceutiche ma
continuano a rifiutare quelle alimentari. Il 70 per cento dei
consumatori ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di
consumare cibo contenente ogm, che non comprerebbe nemmeno se fosse
meno caro. Secondo l’American Bureau Federation, la più grande
organizzazione agricola degli Stati Uniti, la diffidenza europea
costa agli agricoltori USA circa 300 milioni di dollari l’anno.
Questo perché l’80 per cento della soia e circa un terzo del mais
prodotti nel paese sono stati geneticamente modificati per resistere
agli erbicidi e ai parassiti e, dietro consiglio delle grandi
corporation come Monsanto e DuPont, le coltivazioni sono state
mescolate a quelle naturali. Soltanto il grano è ancora ogm-free, e
infatti quest’ultima produzione, concentrata prevalentemente nel
Nord Dakota, non ha registrato ripercussioni negative.
La diffidenza dei consumatori spinge i governi europei ad andarci
piano anche se, ovviamente, l’agrobusiness fa sentire la sua voce
anche a Bruxelles. Di fatto l’Unione europea sarebbe dispostissima a
fare concessioni – cosa che alle organizzazioni ambientaliste e ad
alcuni paesi che difendono i prodotti tipici, fra cui l’Italia, non
va affatto bene – e sta alacremente lavorando alla stesura di una
normativa mirata proprio al superamento della moratoria. Secondo le
nuove disposizioni, i prodotti contenenti ogm dovrebbero venire
etichettati per consentire ai consumatori di scegliere. Lo scontro
con gli ambientalisti verte sulla possibilità di fissare un valore
soglia quando l’attuale tecnologia non consente verifiche
attendibili, ma gli americani il compromesso non basta. «Il progetto
di etichettare gli alimenti biotech è semplicemente un’altra
barriera commerciale, forse peggiore della moratoria» ha dichiarato
Mary Grocery Manufactures of America, e “barriera commerciale” è una
bestemmia nella religione del WTO.
Certamente separare le coltivazioni aumenterebbe in modo
significativo i costi di produzione per non parlare del fatto che
segnalare ai consumatori tutte le sostanze – chimiche o biotech –
che farciscono i prodotti alimentari non è certo una gran bella
pubblicità. Ma l’incapacità di rispettare delle norme di
etichettatura, che stanno venendo adottate da molti paesi, rischia
di tagliare fuori i produttori statunitensi da mercati importanti
come il Giappone, la Thailandia e il Brasile.
Il resto del mondo
Non c’è niente da fare: gli
ogm non vanno giù a nessuno. Il marketing aggressivo degli anni
passati sta presentando un conto salatissimo. Mentre perfino negli
Stati Uniti cresce il disagio dei consumatori, l’enorme mercato
asiatico rischia di chiudere le porte ai prodotti USA.
«I consumatori giapponesi non vogliono prodotti contenenti
ingredienti geneticamente modificati» ha dichiarato Yoichi
Takemoto, funzionario della All Nippon Kashi Association, un grande
gruppo agro-industriale. La notizia non fa che confermare uno studio
condotto l’anno scorso dalla Iowa State University, da cui risultava
che non solo i giapponesi ma anche i cinesi e i sud-coreani non
avevano alcuna intenzione di aprire le porte al cibo biotech. Le
cose non vanno meglio in Thailandia, che ha recentemente approvato
una legge sull’etichettatura simile a quella australiana.
Dall’altra parte del mondo le cosa vanno ancora peggio per Monsanto
e compagnia. In Brasile il ricco mercato del pollame si è
praticamente dissolto perché i produttori statunitensi impiegano
semi geneticamente modificati negli allevamenti. E visto che gli
allevatori di polli brasiliani esportano almeno un quarto dei loro
prodotti in Europa, non hanno alcuna intenzione di vedersi confusi
con i vicini, o di ritrovarsi il loro prodotto contaminato
“accidentalmente”.
Non si tratta qui di decidere se gli ogm fanno male o meno alla
salute, quanto del diritto dei consumatori di evitare prodotti che
non sono stati sufficientemente testati per ammissione degli stessi
organismi di controllo statunitensi come la Food and Drug
Administration dove, appena l’anno scorso, scoppiò lo scandalo delle
autorizzazioni facili. Quando vennero alla luce le forti pressioni
che la lobby biotech aveva fatto per velocizzare le autorizzazioni
senza avere adeguatamente testato i prodotti, i consumatori
statunitensi cominciarono a sentirsi meno sicuri. E adesso i
raccolti made in USA rischiano di rimanere invenduti. |