|
Nella maggioranza
delle persone la percezione dell’insicurezza è quasi sempre
alterata, è, oserei dire, una commedia. Fra il menù medio di una
mensa aziendale e il rumeno che incrociamo per strada, la prima è un
killer di massa, il secondo è uno 0,1% di probabilità di esserlo.
Fate solo la proporzione fra i decessi annui per malattie
cardiovascolari o tumori all’apparato digerente e quelli per mano di
assassini stranieri e capite subito di cosa parlo. E non mi si dica
che l’alimentazione al lavoro è una scelta del cittadino mentre il
ceffo straniero no, poiché sappiamo tutti che la presenza degli
immigrati nel nostro Paese è tanto una nostra scelta/necessità
quanto quella di mangiare di corsa cibi preconfezionati. Esistono
fisiologicamente insidie nei primi quanto nei secondi.
Eppure quel tizio
losco ci fa paura mentre la fettina con mozzarella su un lago di
sugo al glutammato no.
E così è in tante altre componenti del nostro vivere: per numero di
morti e feriti il semaforo rosso violato batte il rumeno cattivo
1000 a
1; il fumo passivo, i drink serviti in discoteca, le polveri fini,
le infezioni/errori ospedalieri letali ma occultati, la diagnostica
tardiva per liste d’attesa, gli indulti fraudolenti… battono
qualsiasi ceffo straniero con punteggi umilianti, e sono tutti
fenomeni in cui le vittime non sono certo consenzienti. Ma è lui, il
(presunto) migrante cattivo, a terrorizzarci.
Passo al
successivo quesito di Colombo, e cioè se informazione e politica
aiutino ad avere la giusta percezione della sicurezza. No,
ovviamente, per il semplice motivo che se lo facessero dovrebbero
poi accettare di sovvertire in ogni suo anfratto la struttura stessa
del nostro vivere. Non lo vogliono loro, e meno di loro lo
accettiamo noi cittadini. E poi l’ex magistrato ci chiede se il tema
del pericolo comune sia affrontato per il rilievo che ha o se
succede talvolta che sia enfatizzato per scopi che con la sicurezza
del cittadino hanno poco a che fare. Ebbene, la manipolazione del
rischio, e di conseguenza della nostra paura, è divenuto uno dei più
fiorenti business della fine del XX secolo e del nuovo millennio.
Oltre alla nascita di una vera e propria industria della security
(dagli ammenicoli per la casa prodotti da aziendine locali ai
colossi come l’americana Blackwater), abbiamo assistito al trionfo
della Politica della Paura, e cioè di quel giochetto gestito dai
governanti che consiste nel pompare minacce reali ma obiettivamente
contenute fino alla psicosi di massa, con la solita complicità dei
media come sempre acritici e asserviti al potere.
La Guerra al Terrorismo dopo l’11 di settembre 2001 ne è un esempio
strepitoso. Il maggior studio oggi disponibile dedicato al fenomeno
suicida islamico, ci dice che il totale dei morti da ascrivere ad
al-Qaeda dal 2001 alla fine del 2005 è stato di circa
3.700 in
tutto il mondo, di cui, come è noto, quasi
3.000 in
un solo episodio e il resto distribuito in quattro anni su quattro
continenti (Iraq e Afghanistan esclusi in quanto teatri di guerra a
tutti gli effetti). L’Occidente in particolare, nel medesimo
periodo, ha visto solo 71 attentatori suicidi in azione contro di
esso. (1)
Ciò dimostra due
cose. Primo, che la letalità complessiva per gli occidentali degli
‘islamofascisti’ impallidisce di fronte a quella di un singolo
farmaco fraudolentemente approvato, il Vioxx (un inibitore Cox-2
della Merck di cui l’azienda conosceva i pericoli), ritenuto oggi
responsabile di qualcosa come 35.000-55.000 morti solo negli USA e
in un periodo che ricalca esattamente quello del maggior attivismo
di al-Qaeda. (2)
Secondo, che il loro esercito è sparuto a dir poco.
Confrontate quei
numeri con il panico da apocalisse imminente sparato a tutto gas
dagli spin doctors della Casa Bianca e di Downing Street, come
Thomas Friedman o Alan Dershowitz o Alastair Campbell, ma anche dal
nostro implacabile master of doom Magdi Allam, in un balletto
semaforico impazzito di allarmi gialli, rossi, verdi, blu, e con la
fola delle migliaia di cellule dormienti di micidiali kamikaze
islamici che certamente sarebbero entrate in azione in tutto
l’Occidente scatenando decine di 11 settembre.
Grazie a Dio nulla di ciò è accaduto, mentre morivamo come mosche
per la sete di lucro di una multinazionale farmaceutica.
Ma qualcuno ha mai sentito Bush, Blair o Prodi dichiarare una Guerra
al Farmaco selvaggio o all’informatore farmaceutico stragista? No,
la Politica
della Paura, come tutta la politica, non prevede la verità obiettiva
dei fatti.
Ai tre rimanenti
quesiti di Colombo mi sento di rispondere così: il guaio sta tutto
nel fatto che in questo torbido problema di immigrazione e sicurezza
nessuno degli attori vuole dire la verità. Mentono tutti, e così si
va al disastro.
Gli attori sono: i nostri pubblici amministratori, i gruppi di
immigrati sotto accusa, i media, i cittadini del Paese ospite.
Mi sbarazzo subito degli ultimi due. I giornalisti mentono perché
quello è divenuto il loro mestiere, salvo casi peregrini ahimè, e
altro non vale la pena aggiungere qui. I cittadini italiani sono
mendaci quando negano un’evidenza che hanno stampata negli occhi da
tempo: e cioè che senza immigrati, regolari ma anche clandestini,
questo Paese sarebbe in guai seri. Chiuderebbero le cucine della
maggioranza dei ristoranti, non sapremmo più come raccogliere frutta
e verdura, come pulire i nostri uffici, i nostri anziani non
autosufficienti sarebbero allo sbando, e tanto altro.
I nostri pubblici
amministratori invece nascondono alla cittadinanza che soluzioni
nazionali al problema immigrazione e sicurezza semplicemente non
esistono. Proprio nel senso che è inutile persino ventilarne, perché
gli aspiranti immigrati sono troppi, troppo disperati e impossibili
da fermare. Le cretinate della destra italiana in tema di soluzioni
equivalgono letteralmente a chi volesse difendersi dalle zanzare
nelle valli comacchiesi spiaccicandole al muro con la palettina.
Ciò che invece andrebbe fatto da un governo responsabile (e morale)
è di raccontare agli italiani come sia accaduto che miliardi di
persone al mondo siano state ridotte a tali livelli di disperazione
economica da rischiare qualunque orrore pur di sfuggire alla
miseria. La verità, qui, significa ammettere, e letteralmente
raccontare ai cittadini attraverso i media, che il pane di tanti
stranieri ce lo siamo mangiato noi sottraendoglielo a casa loro,
riducendoli alla fame, quando non ammazzandoli. E cioè che il nostro
imperante Neoliberismo, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale , il
Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea
, il Fondo Europeo di Sviluppo, gli EPA (Economic Partnership
Agreements), gli accordi bilaterali di libero scambio, i cosiddetti
aiuti al Terzo Mondo, e tanti altri meccanismi da noi escogitati,
sono responsabili di crimini inauditi contro quell’umanità dolente,
crimini al cui confronto l’Olocausto nazista è, senza esagerare, una
piccola cosa. Le cifre annue in termini di malnutrizione, di morti
per fame e malattie o per le guerre che il Neoliberismo sostiene,
non lasciano dubbi in proposito. (3)
Gli abbiamo tolto
tutto, incluso il diritto all’autodeterminazione, alla gestione
della propria economia, gli abbiamo legato le mani e i piedi e li
abbiamo pure massacrati a volte, e quando alla fine i depredati
approdano da noi a chiederci le briciole, solo le briciole di ciò
che era loro, noi facciamo le Bossi-Fini, i decreti Veltroni e li
odiamo anche.
Prego, Dottor Sottile, lei che queste cose le sa benissimo, le
snoccioli sulla prima pagina del «Corriere della Sera» invece di
turlupinarci. Racconti anche come i suoi illustri colleghi, Jeffrey
Sachs (il gran cerimoniere della transizione della Polonia al Libero
Mercato) o Joseph Stiglitz (ex capo economista della Banca
Mondiale), ci stanno oggi spiegando il perché della crescente
disperazione dei cittadini dell’Est Europa, che dai soffocanti
regimi comunisti sono passati al sadismo del Libero Mercato. Ci sono
dati sul crollo degli standard minimi vitali da far accapponare la
pelle, in Russia, in Ucraina, in Polonia, in Moldavia, in Romania, e
tutti a partire dal 1989 in poi, ma il
«Corriere» mai e poi mai che ce li snoccioli. Quello che ci
raccontano sono altri dati, quelli sulla crescita economica dell’Est
europeo, tutti meravigliosamente promettenti, ma sapete come li
calcolano? Da seduti nelle suite a cinque stelle di Mosca o di
Praga, o nei Ministeri, e senza mai ficcare il naso in una singola
casa moldava o fare una singola domanda a una badante ucraina. Li ho
visti in azione questi “sicari economici”, (4) a Lusaka, a Dar es
Salaam, che raccontavano al «Financial Times» quanto crescessero le
economie africane, mentre io in Tanzania in un distretto di 600.000
abitanti trovai un solo ambulatorio con una sola siringa di vetro
per tutti, e, mi dissero, le cose andavano peggiorando.
Romano Prodi
dovrebbe raccontare a Porta a Porta del ricatto che la sua
Commissione Europea (CE) tentò nell’aprile del 2002 durante i
negoziati cosiddetti GATS sulla liberalizzazione dei servizi, dove a
Paesi come la
Malesia , il Messico, l’India o l’Indonesia veniva
ingiunto di svendere i gioielli di casa alle nostre società
multiservices, ricattandoli con lo strapotere dei sussidi miliardari
all’agricoltura europea che schiaccia la loro (in India il tasso di
suicidi fra i contadini è epidemico). E mentre lo stesso Prodi
mantiene oggi zeppi i nostri CPT (centri di permanenza temporanea)
con gli immigrati africani o curdi in miseria, e colpevoli di aver
tentato una migrazione da Paese a Paese, la sua CE infilò nei
sopraccitati negoziati una clausola sull'intra-corporate labour
mobility, che tradotto significava libera migrazione ovunque per gli
Yuppies aziendali europei, ma non per il panettiere del Burkina Faso.
(5)
Giuliano Amato, e i sindaci delle nostre città, dovrebbero dire il
vero, e cioè guardare in faccia gli italiani e chiedergli: "Se voi
aveste dovuto vendere il primo figlio in schiavitù per nutrire il
secondo, e se ora vi toccasse di vendere anche quest’ultimo per non
farlo morire di diarrea, cosa fareste? Rimarreste lì dove siete o
tentereste di andarvene?" oppure "Se voi foste i gestori di una
panetteria a Tunisi e un cugino del dittatore Ben Ali entrasse in
bottega e vi dicesse ‘da oggi io sono il tuo socio di maggioranza,
se no sono bastonate’, cosa fareste? Rimarreste lì?" o ancora "Se
vostro padre nel villaggio romeno avesse un cancro alla prostata e
stesse urlando di dolore giorno e notte senza traccia di morfina né
di cure decenti, e se i vostri figli avessero la grappa come unica
alternativa alla disoccupazione, cosa fareste? Stareste lì ad
ascoltare i gemiti e a vedere la vostra prole diventare cirrotica a
trent’anni?". Ed è questo il motore dell’immigrazione, l’unico
esistente. Che ce lo dicano i politici, chiaro e tondo.
Le soluzioni sono
unicamente internazionali, e cioè basta con questa rapina che si
chiama Libero Mercato. Cittadini europei, volete risolvere il
degrado da immigrazione? Fermate il flusso dei disperati, che
inevitabilmente porta con sé elementi rabbiosi, psicotizzati,
pericolosi, e sempre li porterà, poiché è assai più facile diventare
bestie quando dall’età di 2 anni si vive in condizioni da animali.
Ma questo significa che dobbiamo accettare di pagare i prezzi per un
mondo meno in disequilibrio, significa restituire il maltolto,
punto. La “botte piena e la moglie ubriaca” è la filosofia assurda
del Libero Mercato, e cioè “rapiniamo le risorse di milioni di
persone, sfruttiamole nei cantieri da noi o negli sweat shops da
loro, ma che poi non ci vengano a rompere le balle”. Così non è
sostenibile. O ci teniamo il nostro furto e la loro immigrazione,
oppure optiamo per la restituzione della ricchezza sottratta
(permettendogli un reale sviluppo) e per la pace, pagandone il
prezzo. Il furto e la tranquillità insieme non li possiamo avere,
spiacente. La scelta è nostra, e questi sono i veri termini del
dibattito sull’immigrazione e sulla sicurezza.
Infine, mentono anche alcune comunità di stranieri cosiddetti
problematici, i quali non accettano una verità lampante: il fatto
che a parità di status sociale qui in Italia, di povertà originaria
e di diversità, alcune etnie o nazionalità di migranti sono meglio
accettate di altre. I Rom non si raccontano, e non ci raccontano, la
verità sul perché il loro tasso di non-gradimento da parte degli
italiani è pressoché totale, mentre i filippini hanno lo stesso
tasso ma di segno completamente opposto. Perché?
Se è vero che – in
attesa di soluzioni lungo le linee tracciate in precedenza, di un
sistema carcerario che sappia riabilitare e non abbruttire, e di
politici capaci di dirci il vero – va urgentemente affrontato il
problema dello scontro fra certe culture presenti in Italia e la
nostra, allora chiamiamoci tutti al centro.
Significa proporre alle comunità di immigrati più problematici di
farsi carico di verità scomode su se stessi, e agli italiani di fare
la stessa cosa. Ai Rom in particolare direi: riconoscete che sovente
il vostro collante socioeconomico è la brutalizzazione delle donne e
dei bambini, perché senza di essa non potreste tenerli in strada a
rubare, a mendicare, e a prendersi insulti e rancore dalla mattina
alla sera. Agli italiani dico: offrite un’accoglienza decente a
costoro, alloggi, scuole, sanità, lavori, in cambio dell’adesione di
tutti a principi compatibili col rispetto dei cittadini e dei
diritti umani fondamentali. Se poi nonostante questa offerta di
incontro al centro una delle due parti dovesse persistere negli
errori o rifiutarsi di cambiare rotta, allora sapremmo almeno dove
puntare il dito. E se i recalcitranti del caso fossero proprio gli
immigrati, allora avremmo almeno un tantino meno torto. Ma mica
tanto.
Note
1. Prof
Robert Pape,
University
of Chicago ,
«Suicide Terrorism and Democracy: What we learned since 9/11», The
Cato Institute, 2006.
2. Si vedano gli studi
condotti dal dott. David Graham della US Food and Drug
Administration nel 2005; il rapporto pubblicato dal «New England
Journal of Medicine» nell’ottobre 2005; e l’inchiesta nello stesso
periodo del «Wall Street Journal».
3.
Dati disponibili tratti da: l’inchiesta I Globalizzatori, Report RAI
3, 09/06/2000, di Paolo Barnard, www.report.rai.it – Public Citizen:
Trade Watch, USA – The Transnational Institute, Amsterdam, Olanda –
The World Trade Organization: The Marrakech Treaty – Corporate
Europe Observatory, Amsterdam, Olanda – The Economic Policy
Institute, Washington DC, USA – Friends of the Earth, Bruxelles,
Belgio – Corporate Watch, USA – Oxfam UK – Global Policy Forum
Europe, Bonn, Germania – Institute for Policy Studies USA– et al., e
da studi di autori fra cui: Joseph Stiglitz, Jeff Faux, Noam
Chomsky, Greg Palast, Susan George, Richard W. Behan, Alexandra
Wandel, Peter Rosset, Dean Baker, Barry Coates et al.
4. Definizione tratta
dall’autodenuncia di uno di loro, l’americano John Perkins autore di
«Confessions of an Economic Hitman», Berret-Koehler Inc. 2004.
5. Denucia del Corporate Europe Observatory che ha ottenuto una
copia del memorandum sul GATS della CE nel 2002, ripresa poi dal The
Guardian di Londra in «A privatizers hit list», 18/04/02. |