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Alla fine di
agosto 1993 i mass media annunciarono con grande risalto che la
sonda spaziale americana
Mars Observer, giunta proprio in quei giorni nei
pressi di Marte, aveva improvvisamente e inspiegabilmente interrotto
i contatti con la propria base sulla Terra (Pasadena, California).
Ogni tentativo di ripristinare la comunicazione si era rivelato
inutile; la sonda doveva considerarsi definitivamente perduta. Mars
Observer era costato 980 milioni di dollari (circa 1600 miliardi di
lire) ed avrebbe dovuto mappare la superficie marziana, grazie ad
apparecchiature sofisticate, capaci di rilevare fino ad un metro e
mezzo di grandezza. Tutto ciò in preparazione dello sbarco umano sul
pianeta previsto entro il 2020.
Gli esperti della
NASA
dichiararono di non capacitarsi della improvvisa interruzione di
contatto. Qualcuno parlò di guasto di un transistor di bordo, altri
di esplosione, altri ancora di collisione con un corpo siderale
(meteorite). Ma il fatto che fece più scalpore fu la presa di
posizione di alcuni autorevoli studiosi di Marte quali per esempio:
Mark Carlotto (specialista in elaborazioni fotografiche), Tom Van
Flandem (astronomo della Yale University), David Webb ( membro della
commissione spaziale presidenziale), Richard Hoagland (Direttore del
Mars Mission, associazione di scienziati indipendenti). Questi ed
altri studiosi accusarono pubblicamente la NASA di aver sabotato la
missione di proposito, o di far finta che la missione fosse finita,
allo scopo di nascondere al grande pubblico quello che la sonda
avrebbe potuto rilevare sulla superficie del pianeta rosso. I segni
e delle vestigia di un'antica civiltà marziana, già individuati nel
1976 dalle sonde Viking, e cioè un'enorme
faccia o
sfinge scolpita nella
roccia, ed alcune piramidi.
Nonostante la NASA avesse a suo tempo liquidato quei reperti come
banali giochi di luci e ombra,
i predetti studiosi erano invece arrivati alla conclusione, sulla
base di accurate analisi e simulazioni computerizzate, che i reperti
stessi non fossero di origine naturale, bensì artificiale. Se l'Observer
avesse confermato ciò che da anni sosteniamo - ha detto Mark
Carlotto - e cioè che si tratta di monumenti artificiali, la
reazione dell'opinione pubblica avrebbe potuto risultare
imprevedibile. Ed è proprio questo che teme la NASA.
Quando la sonda Viking1 sorvolò in lungo e in largo il pianeta rosso
nel 1976, riprese l'immagine di una roccia che raffigurava un volto
umano visto frontalmente. Tale misura 2.5 km di lunghezza, 2 km di
larghezza ed è alta 400 metri. La foto venne scattata il 25 Luglio
1976 nella regione di Cydonia Mensae, nella parte settentrionale di
Marte. La NASA rivelò l'immagine definendola una "insolita struttura
a forma di faccia" e dichiarò di ritenerla frutto di un'illusione
ottica. Tuttavia, i primi esami computerizzati dell'immagine,
effettuati nel 1980, permisero di evidenziare la probabile struttura
dell'orbita relativa all'occhio visibile oltre alla presenza della
pupilla, della linea dei capelli, del mento nonché dello zigomo
destro. Di fronte all'incalzare degli eventi la NASA pensò di
contrattaccare e fu lo stesso direttore della missione Viking, il
dottor Gerald Soffen, che ebbe a dichiarare come il successivo
passaggio al di sopra di Cydonia, avvenuto "poche ore dopo non aveva
rivelato nulla". Pertanto la faccia era una illusione.
Alcuni ricercatori, fra cui gli italoamericani Vincent Di Pietro e
Gregor Molenaar, controllarono quelle gravi asserzioni appurando che
l'area in questione era stata sorvolata per la seconda volta dallo
stesso Viking non poche ore, bensì trentacinque giorni dopo il primo
passaggio. Si era dunque in presenza di una seconda fotografia,
nella quale si ripresentava l'immagine della stessa faccia con gli
stessi particolari. Risultavano presenti anche tutte le strutture di
contorno, prime fra le quali le maestose piramidi. La più alta di
queste raggiungeva i 1600 metri. L'esistenza di due fotografie
rendeva ora difficile l'opera demolitrice della NASA. Tra l'altro,
l'esistenza di due immagini, riferite allo stesso oggetto, ripreso
sotto differenti condizioni di luce, dava la possibilità di
realizzare un modello tridimensionale computerizzato. Inizialmente
gli esperimenti vennero condotti dal dottor Mark Carlotto, di
origine veneta, il quale dichiarò che l'oggettività delle immagini
in questione risultava confermata "in modo scientificamente
ineccepibile da una rigorosa analisi computerizzata". Nonostante
l'inutile tentativo di negare l'attendibilità delle riprese
fotografiche, la NASA rilanciò la stessa tesi in occasione del
fallimento della missione Mars Observer del 1993, mostrando due foto
della stessa area nella seconda delle quali l'immagine in causa non
era più visibile.
Quanto esposto
fin qui ci consente di ricavare i seguenti dati di fatto:
a) Dall'epoca dei Viking in poi, vale a dire dal 1976, tutte le
missioni per Marte sono fallite.
b) I fallimenti sono stati ufficialmente imputati a guasti, errori
umani o collisioni con meteoriti.
c) Dopo i Viking, la NASA ha atteso ben 16 anni prima di inviare una
nuova sonda.
d) Su alcune foto del 1976 compaiono oggetti strani, quali una
roccia dall'aspetto umano e delle piramidi.
e) Non risulta che la NASA abbia compiuto studi e analisi di queste
foto.
f) Alcuni scienziati indipendenti hanno analizzato tali foto,
concludendo che potrebbero essere artificiali.
g) La sonda sovietica Phobos 2, prima di perdere i contatti con la
Terra nel 1989, ha trasmesso immagini di un'ombra ellittica regolare
e netta, proiettata sullo sfondo marziano.
h) Dapprima inspiegabile, tale ombra è stata ufficialmente spiegata
come un difetto della telecamera.
Articolo tratto da
NEXUS NEW TIME
edizione italiana n°16 e Il
Giornale dei Misteri n°269
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