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La notizia – una novità annunciata –
che il partito del Presidente russo Vladimir Putin ha conquistato il
64% dei voti, e quindi la maggioranza assoluta alla Duma, ha
squassato le cancellerie europee, come se non se lo aspettassero da
tempo. O sono degli sciocchi, oppure – qualificandosi come
“diplomatici” – possono da domani cambiare mestiere.
Pare quasi – da una sponda all’altra dell’Atlantico – che se delle
elezioni non finiscono sul filo di lana, con un pugno di voti
(quelli non sono mai comprati, chiaro?) a fare la differenza, oppure
con interminabili strascichi sulla correttezza del voto, non siano
elezioni democratiche. Da quali pulpiti vengono le prediche!
Alle ultime elezioni politiche
italiane, tutti gridarono ai brogli, ma furono considerate
pienamente democratiche: peccato che, nei cassonetti dei rifiuti
della capitale, furono ritrovati scatoloni di schede. «Tutto
normale, tutto sotto controllo» affermarono subito le autorità
preposte, che nemmeno spiegarono come mai – a notte fonda – il
ministro dell’Interno (Pisanu) di un governo dimissionario si recò a
casa del Presidente del Consiglio. Era in programma una partita a
scopone scientifico? A rubamazzetto? No, perché sia Berlusconi e sia
Pisanu non fornirono nessuna spiegazione: e le “stranezze” dei
comuni dov’erano sparite centinaia di schede bianche?
Saltiamo di là dell’Atlantico, e
sollazziamoci dalle risate: laggiù, utilizzarono per votare nel 2004
le macchinette della Diebold, il cui software fu curato da un certo
Jeff Dean – pregiudicato per 23 capi d’accusa legati al furto – e
nelle cui mani fu lasciata la macchina elettorale che – come quattro
anni prima in Florida – “lavorò” per il Presidente, invalidando
d’autorità almeno 200.000 voti in Ohio, lo stato di Michael Moore.
La Diebold – la società che
s’occupava (insieme alla ES&S) della macchina elettorale, per la
quale lavorò Jeff Dean – aveva sede, guarda a caso, in Ohio.
Inoltre, il vice presidente della Diebold ed il presidente della
ES&S erano fratelli, e Dean fu proprio colui che stese il software
di gestione del sistema elettorale – che non lasciava copia cartacea
dei voti – cosicché qualsiasi controllo successivo sarebbe stato
inutile.
Un fatto casuale? No; negli stessi
anni, gli USA gestivano le elezioni-farsa in Iraq, distribuendo i
certificati elettorali insieme alle tessere annonarie per l’acquisto
del pane: c’è altro di cui meravigliarsi?
Sì, perché furono invalidate anche 100.000 schede in Alaska e,
quando i Democratici chiesero conto di quelle invalidazioni – ossia
di poter prendere visione del sistema elettronico che aveva condotto
a quelle scelte – fu loro risposto che non era possibile, giacché si
trattava di una questione di “sicurezza nazionale”. Niet.
Possibile che le nostre classi
politiche non si siano ancora rese conto che, a fronte della loro
inconsistenza, la Russia ha una dirigenza con i fiocchi?
Intendiamoci: ci sarà corruzione anche in Russia, non è certo tutto
oro quello che luccica, ma gli atti politici non sono fumo e sogni,
e li possiamo verificare.
Appena eletto, Vladimir Putin si ritrovò un paese a pezzi: nessuno
avrebbe giocato mezzo centesimo sull’ex colonnello del KGB, di soli
47 anni, un pivello!
Il “pivello”, per prima cosa, fece un lungo tour – fra il 2001 ed il
2002 – nelle capitali dove sapeva d’essere ancora ascoltato:
Tripoli, Damasco, Hanoi, Pechino…ossia, le vecchie alleanze
dell’URSS.
Aveva pochissimo da offrire, ma lo
offrì: 12 caccia Sukhoi-27 non cambiano certo la faccia del pianeta,
ma il Vietnam li ricevette. Non si fece impressionare dagli
ayatollah iraniani, e procurò loro avioniche derivate dal Mig-29.
Quel poco che aveva.
Nella sua smisurata insipienza, George Bush non si rese conto che
ogni dollaro d’aumento del greggio corrispondeva ad un parallelo
incremento di prezzo del gas siberiano: fece spallucce e continuò a
mangiare noccioline.
Fu a Mosca, però, che avvenne la mossa vincente: a fronte della
scelta di privatizzazione del sistema energetico – propugnata da
Eltsin – Putin compì un’inversione a 180 gradi, ripartendo dal
concetto che la proprietà mineraria è dello Stato.
Potremo giudicare poco ortodossi i
metodi usati – come se in Occidente s’usasse sempre il tappeto rosso
– ma oggi Gazprom è il secondo colosso economico mondiale, dietro
solo a Microsoft (fino a quando?).
Già nel 2003, Putin reinvestiva il 50% del surplus derivante dagli
introiti energetici nell’industria aerospaziale: oggi,
la Russia
ha in previsione un caccia di V° generazione per il 2012 (in
collaborazione con l’India) ed una miriade di nuovi prodotti,
aeronautici e missilistici, militari e civili.
Risultato: l’economia va meglio, al punto che Putin ha creato un
“fondo di compensazione”, vale a dire una “cassa” da riempire nei
periodi di vacche grasse, per non dover soffrire in caso di vacche
magre. Lo facevano già nell’Antico Egitto.
Il tenore di vita della popolazione è
migliorato, l’industria ha commesse e produce alta tecnologia, il
sistema energetico produrrà utili per molti decenni, e non saranno
pochi oligarchi a goderne i frutti, bensì lo Stato e la popolazione.
Si potrà criticare questo strano connubio fra ortodossia clericale e
vecchi metodi da falce e martello, però in Russia ha condotto ad un
miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e, soprattutto,
alla consapevolezza che alla guida della nazione c’è qualcuno che lo
sa fare. Come Presidente? Come Primo Ministro? Dal punto di vista
costituzionale, Putin non ha infranto assolutamente nulla.
Come risponde l’Europa? Ah, la
risposta c’è stata, siate sicuri!
Da Tirana, Romano Prodi – un po’ premier italiano, un po’ ex
Presidente europeo – ha risposto per le rime: vogliamo l’Albania
nell’UE e nella NATO!
Bene – viene da dire – aggiungiamo anche l’Albania alla Bulgaria ed
alla Romania – paesi che non erano e non sono pronti per gli
standard europei – continuiamo ad estendere la “cittadinanza romana”
fino ai confini dell’impero. Fin quando, avremo una guardia
pretoriana composta da soli Ostrogoti, che si mangeranno anche
l’ultimo imperatore. Serbia e Croazia no: noi vogliamo l’Albania per
fare uno “sgarro” ai russi. I quali, se vorranno, ci faranno passare
i sorci verdi in Kosovo e ci chiuderanno (un pochino, tanto per
farci soffrire un po’…) il rubinetto del gas.
I metodi di Putin sono veramente
esecrabili – parola dei nostri politici – che nella stessa giornata
hanno assistito alla condanna a due anni e quattro mesi di
reclusione, per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio,
di Donatella Pasquali Zingone, moglie del “fustigatore di costumi”
Lamberto Dini. Ovviamente, la signora non vedrà mai le patrie
galere: ci ha già pensato l’indulto di Mastella.
Oppure vogliamo chiedere com’è finita la vicenda di Previti? Con il
medesimo indulto.
Forse, i tantissimi “fregati” dai bond Parmalat, da quelli
argentini, fino ai milioni di cassintegrati e disoccupati, che
generazioni di boiardi di regime che hanno sciacallato l’Italia
hanno creato in questi anni, non si farebbero problemi se – un Putin
locale – ne mandasse qualcuno al fresco. Anzi, notizia fresca di
giornata: ci sarà anche la “rottamazione” in Finanziaria, tanto per
non scontentare Lucherino da Montezemolo. La tradizione, anzitutto.
Se
la Russia fa
fortuna con le commesse energetiche, cos’hanno fatto i nostri
governi per contrastare quella tendenza, ovvero per “intercettare”
qualcosa dei 48 miliardi di euro (esborso 2006) che spendiamo per
l’energia?
Hanno creato holding, catalizzato la produzione locale con ampi e
generalizzati “conti energia”, mandato avanti il piccolo e micro
idroelettrico, l’eolico, il solare termodinamico…insomma, hanno
fatto qualcosa?
No, criticano Putin. Poco democratico: ci dispiace, venga a
“ripetizione” da noi.
Da Mosca, un “marameo” lungo
5.000 miglia .
Carlo Bertani
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